Caral, tra ostriche psicotrope ed echi d’Oriente

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Caral (fotografia di Daniel Barker, U.S. Navy,  Creative Commons)

A una ventina di chilometri dalla costa del Pacifico, nella valle di Supe in Perù, quella che oggi è la provincia di Barranca, c’è il sito archeologico di Caral, uno degli insediamenti urbani più antichi delle Americhe. Scoperta sul finire degli anni Quaranta del secolo scorso dallo storico Paul Kosok dell’Università di Long Island, Caral fu abitata dalla cultura pre-ceramica Caral-Supe, impropriamente detta Norte Chico, fin dal III millennio a.C. La datazione più antica finora emersa, analizzando con il metodo C-14 le fibre di canna delle borse shicra utilizzate per il trasporto di pietre, corrisponde infatti al 2900 a.C. Dal 1994 è l’antropologa archeologa Ruth Shady Martha Solis del San Marcos National University di Lima che si occupa degli scavi a Caral, nell’ambito di un progetto di ricerca che mira a valorizzare questo e altri siti in cui si svilupparono le prime forme di civilizzazione. La presenza tutt’attorno di una ventina di siti minori, fa naturalmente di Caral il centro amministrativo della prima cultura sviluppatasi in Perù. Si ritiene che Caral sia servita da modello per tutte le civiltà susseguenti, non solo evidentemente sotto l’aspetto urbanistico, ma anche per quel che riguarda l’arte della tessitura, poiché qui sono stati trovati manufatti che richiamano il sistema quipu in uso agli Inca per annodare le corde.

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Mortaio da cucina della civiltà Valdivia (fotografia di Germanam94,  Creative Commons)

Una civiltà marittima (o forse no) A Caral, che doveva ospitare qualche migliaio di residenti, sono presenti complessi piramidali nelle piazze centrali infossate, tra cui svetta la Piramide Mayor con i suoi diciotto metri. Poiché sono stati individuati non solo spazi cerimoniali ma anche edifici abitativi, rimane il dilemma del luogo preposto per le sepolture, dato che finora non è stata individuata nessun area che possa commisurarsi a una necropoli; infatti, a differenza di altre culture, questa gente non usava seppellire i defunti all’interno delle abitazioni. Sulla scorta dei ritrovamenti, è stato possibile determinare che la società complessa dei Caral-Supe era d’indole pacifica e le principali attività erano l’agricoltura con irrigazione intensiva, la tessitura senza telaio e il commercio verso la costa e l’interno, come dimostrano le connessioni con altri centri urbani (Bandurria e Aspero sulla costa; Huaricoto e La Galgada nella sierra; Piruro e Kotosh nella selva). Ruth Shady Martha Solis ritiene che Caral sia nata come colonia di una società di pescatori stanziata sulle coste del Pacifico, per poi rendersi autonoma grazie all’espansione dell’agricoltura praticata con terrazzamenti e canali d’irrigazione, ma soprattutto per la posizione strategica che ne favoriva i contatti commerciali con tutte le realtà circostanti. Dello stesso avviso il collega antropologo Michael Moseley dell’Università della Florida, che negli anni Settanta del secolo scorso scavò il sito costiero di Aspero risalente al 3.055 a.C., a una trentina di chilometri da Caral: si trattava di un villaggio di pescatori pre-ceramico con sei tumuli a piattaforma, un’anomalia sconcertante per l’epoca poiché si pensava che solo una società agricola ben organizzata, che già lavorasse la ceramica, poteva avanzare legittimità per quest’architettura monumentale. Aspero, per Moseley, era la prova che anche genti dedite alla pesca erano in grado di organizzarsi civilmente, soprattutto in un territorio in cui l’agricoltura divenne praticabile successivamente solo nelle valli fluviali. L’archeologo nel 1975, a sostegno della sua ipotesi marittima delle origini della civiltà del Perù che poi diverrà paradigma dominante, dichiarò controcorrente che “… l’assioma archeologico che solo l’agricoltura potrebbe sostenere la crescita delle società complesse, non è una verità universale”; nel 2004 aggiunse che “…migliaia di anni fa, la ricca pesca andina sosteneva la crescita delle prime popolazioni litorali, la nascita di grandi comunità sedentarie, la formazione di società complesse, stabilendo le basi della civiltà costiera.” Anche El Paraiso, un altro grande sito sulla costa lungo il fiume Chillon, si presta come Aspero a sostenere l’ipotesi marittima: qui sono venuti alla luce tredici tumuli, di cui sette in una piazza centrale a forma di U, un prototipo per siti successivi. Di parere opposto gli archeologi Winifred Creamer e Jonathan Haas, che pure hanno collaborato inizialmente con Ruth Shady Martha Solis negli scavi di Caral, determinando anche le datazioni con il metodo C-14: come scrivono su Science già nel 2001, per loro Caral faceva parte di una società agricola la cui influenza si è poi estesa alla costa, riproponendo quindi l’ipotesi idraulica del 1957 avanzata dallo storico Karl Wittfogel, che sosteneva come l’irrigazione fosse stato l’elemento catalizzatore in grado di trasformare le società tribali in civiltà. La diatriba è proseguita con la pubblicazione di ulteriori datazioni eseguite dalla coppia Creamer-Haas su materiale organico rinvenuto in tredici siti che si trovano vicino Caral ma in valli fluviali differenti (Pativilca e Fortaleza), in cui sono comunque presenti tumuli e complessi residenziali: il metodo C-14 ha restituito date comprese in una forbice tra 3.000 a.C. e 1.800 a.C. Le argomentazioni di Creamer e Haas, pubblicate nel 2004 con grande risalto anche sulla rivista Nature, potevano esautorare il lavoro ultradecennale della peruviana e del decano Moseley, ma l’archeologo Alejandro Chu, che dal 2005 scava nella valle di Huaura dove c’è l’area archeologica di Bandurria, molto simile ad Aspero per la sua architettura monumentale, ha rilasciato per questo villaggio cerimoniale marittimo datazioni con il metodo C-14 attestate al 3.200 a.C. L’archeologa peruviana ha infine puntualizzato che Creamer e Haas non hanno mai scavato a Caral e li ha pubblicamente accusati di essersi appropriati dei risultati della sua ricerca sulle origini della civiltà e della loro caratterizzazione nella zona centro-settentrionale del Perù.

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Conchiglia della famiglia Spondylus princeps (fotografia di Shellnut,  Creative Commons)

Un’ostrica psicotropa La scoperta a Caral, nella zona circostante l’anfiteatro e all’interno della struttura piramidale, di decine di flauti e cornette realizzati con ossa animali, suggerisce che la gente fosse dedita a cerimonie religiose in cui la musica aveva un ruolo importante, come pure l’uso di sostanze psicotrope, desumibile dal rinvenimento di esemplari di ‘ostriche spinose’ della specie spondylus provenienti dall’Ecuador, ritrovate in gran massa in ogni tomba reale della cultura Chimu, succedente quella Mochita o Moche, che stabilì già alla fine del I millennio della nostra era la capitale del Regno di Chimor (così sarebbe stato ricordato) a Chan Chan sulla costa settentrionale peruviana. Le cosiddette ‘ostriche spinose’ appartengono alla famiglia Spondylus princeps, un mollusco che proviene dai mari dell’Ecuador, forse trasportato periodicamente in Perù dall’uragano El Nino, oppure oggetto di scambio con le popolazioni della Mesoamerica. Già raffigurato nell’arte dei Moche, le ostriche spinose sono state rinvenute in quantità non solo a Caral ma anche in altri siti archeologici risalenti al III millennio a.C. come Bandurria. Nel complesso cultuale di Garagay (oggi un’area urbana di Lima), ricondotto alla cultura Sechin, oltre all’idolo in rilievo della piramide che era ornato con un dischetto della conchiglia mullu della famiglia Spondylus princeps, sono stati rinvenuti quasi cento chilogrammi di resti di questo mollusco. Il mollusco era particolarmente apprezzato dalle popolazioni pre-incaiche, che ne facevano vari usi: il guscio fatto a pezzi serviva per realizzare monili, se tritato produceva invece polvere adatta per le decorazioni parietali. Nel sito di El Trigal nella valle di Nazca, portato alla luce solo nel 2005, viveva fin dall’inizio del I millennio a.C. una civiltà che ha preceduto la ben più nota Nazca. Qui, in alcuni edifici circolari, sono state rinvenute conchiglie della famiglia Spondylus, che subivano processi di lavorazione e trasformazione per ricavarne gioielli e utensili. Secondo gli archeologi, le conchiglie provenivano dall’Ecuador, a circa millecinquecento chilometri di distanza. L’ostrica spinosa era invariabilmente associata a numerosi santuari dell’acqua e alle sepolture, quindi usata in rituali e celebrazioni poiché la polvere rossa ricordava anche il sangue. Non si può sottacere, infine, stando al contenuto di un mito quechua, che la Spondylus era indicato dagli indigeni come “Cibo degli Dei”: l’archeologa Mary Glowacki, in uno studio pubblicato nel 2005 sulla rivista Antiquity, suggerisce che il frutto di mare, durante particolari cerimonie religiose, fosse volutamente mangiato fuori stagione dai sacerdoti sciamani poiché induceva in loro stati di coscienza alterata utili per comunicare con le divinità. Tali rituali avvenivano tra aprile e settembre, quando la carne di Spondylus, come quella di altri crostacei, è particolarmente tossica e se ingerita dall’uomo produce nell’organismo distorsioni sensoriali, euforia, perdita del controllo muscolare e, in alcune circostanze, paralisi e morte. Il ricercatore Giorgio Samorini ci racconta anche di un’altra ostrica: “Lungo le coste del Perù vive un’ostrica (Spondylus limbatus) che in un certo periodo dell’anno si ciba di un’alga che produce saxitossina, e la sua carne ne resta impregnata, diventando tossica; ma alle giuste dosi produce nell’uomo che la mangia la sensazione di volare. Ciò spiegherebbe la sua frequenza nei reperti archeologici delle antiche popolazioni andine, che la chiamavano “cibo degli dei”. La saxitossina è molto tossica, ma l’urina di chi mangia queste ostriche diventa meno tossica e più allucinogena.

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Bicchiere del Dio dei Bastoni, Raccolte Extraeuropee del Castello Sforzesco di Milano (fotografia di Gio cabbi,  Creative Commons)

Echi da Oriente Pur avendo avuto contatti con la cultura colombiana Valdivia, sviluppatasi nel IV millennio a.C. sulle coste dell’Ecuador, che conosceva la ceramica, la gente di Caral-Supe continuò a lavorare l’argilla senza cuocerla. Per l’archeologo Pedro Novoa Bellota (che fa parte dello stesso progetto di ricerca guidato da  Ruth Shady Martha Solis), intervistato dal ricercatore Yuri Leveratto, “la società di Caral non fece proprio l’uso della terracotta né come oggetto cerimoniale per l’elite, né come oggetto destinato all’uso quotidiano (come recipiente). Non vi fu la necessità di adottare la ceramica, in quanto per immagazzinare l’acqua si utilizzavano le scorze secche di alcune verdure.” I contatti tra le culture Caral e Valdivia aprono scenari incredibili, perché la civiltà dell’Ecuador, come hanno sostenuto l’archeologo scopritore Emilio Estrada e la collega americana Betty Meggers sulla scorta dei resti e degli stili ceramici (per la Meggers anche le piante, gli agenti patogeni e i parassiti di origine giapponese che si trovano tra le popolazioni andine), suggerisce una dipendenza con la cultura Jomon sull’isola giapponese di Kyushu, che potrebbe aver raggiunto il Nuovo Mondo già nel IV millennio a.C. Dal 2013 la tesi, fino a quel momento osteggiata, ha trovato nuova linfa da uno studio apparso su PLOS Genetics, in cui un gruppo di genetisti relaziona su un certo aplotipo presente ad alta frequenza in Asia, praticamente sconosciuto nel Nord e Centro America, che risulta introdotto tardivamente in Sud America non più di 6.000 anni fa, forse tramite viaggi lungo la costa del Pacifico. Quel che in fondo ha sempre sostenuto dal 1943 l’etnologo Paul Rivet, quando suggeriva che le genti del Sud America provenivano dall’Australia e dalla Melanesia.

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Fregi policromi in altorilievo di Garagay (fotografia di Cynthia Vila,  Creative Commons)

La misteriosa cultura Caral-Supe declinò a partire dal 1800 a.C., la gente probabilmente cominciò a migrare alla ricerca di terre più fertili. Come spiega un gruppo di lavoro multidisciplinare con portavoce Michael Moseley in un articolo pubblicato on line nel 2009 da Proceedings of  National Academy of Sciences, la risposta sta in un insieme di fattori devastanti: terremoti, piogge torrenziali e inondazioni, che costrinsero alla resa le genti stanziate nella valle del Supe lungo la costa peruviana. Caral e Aspero furono le località più colpite, come dimostrano i crolli di pareti e pavimenti di molti edifici e le tracce di allagamenti in altri. Infine, fu El Nino a sferrare il colpo di grazia, riempiendo di sabbia la baie costiere. Questa cultura ci ha regalato anche l’immagine più antica di una divinità antropomorfa assimilabile al più tardo dio Virachoca, immortalata in un frammento di zucca rinvenuto nelle vicinanze dell’attuale Barranca e risalente al III millennio a.C. Era il “Dio dei Bastoni”, poi ricordato per la pelle chiara, la barba e i capelli lunghi, una lunga tunica cinta in vita. Se ne andò com’era venuto, solcando le acque del Pacifico.

 

Bibliografia minima

Peter Baumann, Valvivia El descubrimiento de la mas antigua cultura de America, Editorial Planeta, 1985;

David Blower, It’s All In The Stones: Identifying Early Formative Period Transition. Through the incised Stone Figurines of Valdivia, Ecuador, tesi di laurea, University of Calgary, 2001, on line

http://www.collectionscanada.gc.ca/obj/s4/f2/dsk3/ftp05/NQ64800.pdf;

Ximena Jordán, El Senor de los baculos: iconografía andina sin tiempo, 2010, on line  http://revista.escaner.cl/node/1794;

Betty J. Meggers, Clifford Evans ed Emilio Estrada, Early Formative Period of Coastal Ecuadoc The Valdivia and Machalilla Phases, Smithsonian Contributions to Anthropology vol. 1, 1965;

Kenneth Miller, Showdown at the O.K. Caral Archaeologists have an uncivilized fight over how civilization began in the Americas, 2005, Discover magazine, on line

http://discovermagazine.com/2005/sep/showdown-at-caral;

Richard J. Pearson, Migration from Japan to Ecuador: the japanese evidence, American Anthropologist vol. 70, 1968;

Mario Polia, Il Perù prima degli Incas, Xenia, 1998;

Lizardo Tavera, Garagay, on line

http://www.arqueologiadelperu.com.ar/garagay.htm;

Ruth D. Whitehouse (a cura di), Dizionario di archeologia, Sugarco, 1983;

 

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