Mehrgarh, dove nacque la civiltà Indo-Sarasvati

Mohenjo-daro (Usman Ghani, 2011)

La scoperta nel 1974 di Mehrgarh, un sito neolitico pakistano in Belucistan (sulla strada che conduce dall’Afghanistan alla Valle dell’Indo), per merito dell’archeologo Jean-Francois Jarrige, ha permesso di capire che da qui ebbe origine la civiltà dell’Indo-Sarasvati, e non solo.
«Le scoperte a Mehrgarh hanno cambiato l’intero concetto della civiltà dell’Indo. Qui abbiamo tutta la sequenza, fin dall’inizio della vita del villaggio», afferma Ahmad Hasan Dani, professore emerito dell’Università Quaid-e-Azam di Islamabad.
Nella lingua nativa Balochi, Mehrgarh significa ‘Il cielo per amore’.
Lo studio di Mehrgarh, le cui rovine sono quasi tutte sepolte sotto depositi alluvionali, ha evidenziato che la vita comunitaria di circa venticinquemila persone prosperò senza interruzioni dal 7.000 al 2.600 a.C.
Gli scavi hanno portato in luce un complesso di strutture di grandi dimensioni, costruite con mattoni di fango essiccato, la cui destinazione rimane incerta; si ritiene che molte siano state utilizzate per lo stoccaggio più che per scopi residenziali. L’assenza di strutture residenziali precoci, come spiega Mahmood Mahmood, «è stata interpretata da alcuni come ulteriori prove dell’occupazione precoce del sito da parte di gruppi mobili che possono viaggiare ogni stagione attraverso il passaggio nelle vicinanze.»
Lo storico di Baloch Shah Mohammad Marri, ha fatto notare che «Mehrgarh è una delle antiche civiltà del mondo, risalente a 11.000 anni fa, è più vecchia delle civiltà egiziane e mesopotamiche.»
Marri, sulla scorta dei manufatti finora scoperti, è del parere che la città fosse organizzata come una società altamente sviluppata, che aveva rapporti commerciali con il Badakhshan (una provincia dell’Afghanistan confinante con la Cina e il Pakistan), nota fin dal III millennio a.C. per la presenza di preziose miniere di lapislazzuli.
I contatti di natura economica suggeriti dallo storico sono stati confermati dall’antropologo Hafeez Ahmad Jamali, docente di Karachi presso l’Università Habib.
Nelle sepolture finora rinvenute, oltre alla presenza costante di ocra rossa sui defunti, sono state rinvenute conchiglie e lapislazzuli provenienti da Afghanistan, India e Arabia, che suggeriscono la presenza di una rete commerciale ben avviata, fulcro dell’economia di Mehrgarh e della successiva civiltà Indo-Sarasvati sviluppatasi nella valle dell’Indo, come testimoniano i sigilli con impresso il motivo dell’unicorno rinvenuti in Mesopotamia per simboleggiare il dio babilonese Marduk.
E poi ancora le statuette di terracotta immolanti una figura femminile seduta, con elaborate acconciature, che deve per forza ricordare il culto della Dea Madre.
D’altronde gli scavi finora eseguiti a Mehrgarh hanno evidenziato per questa civiltà una propria originalità e una natura locale prettamente indigena; significa che gli archeologi non hanno trovato finora nessun segno di influenze esterne, anche perché in Medio Oriente e in Anatolia non si registra lo stesso livello di sviluppo raggiunto già nel 6000 a.C. da Mehrgarh. Anzi, è proprio da qui che la civiltà si propaga almeno nel Pakistan e nelle valli dell’India, raffinandosi sempre più in ambienti certamente più ospitali.
Mahrgarh, cinque volte più grande di Catal Hoyuk, ospitava genti dedite all’agricoltura e all’allevamento, che sapeva lavorare i metalli, in particolare il rame.
Mahrgarh vanta diversi primati, che citiamo en passant.
Qui è attestato il primo utilizzo del cotone nella storia dell’umanità, come suggerisce uno studio del 2002 pubblicato su Journal of Archaeological Science: i firmatari della ricerca, eseguendo l’analisi metallurgica di rame proveniente da una sepoltura, hanno recuperato fibre di cotone, il primo esempio noto dell’utilizzo della pianta tessile nel nostro continente.
Poiché a Mahrgarh nel 7000 a.C. si praticava già l’agricoltura, è possibile che si sia registrato anche il primo caso d’addomesticamento animale; infatti in questa regione l’agricoltura, soprattutto l’orzo e in misura minore il grano, implica la domesticazione degli animali nativi, quindi pecore, capre, zebre, il bue selvaggio e l’antenato del pollo.
Non è forse un caso che nei manufatti di terracotta rinvenuti a Mohenjo-Daro, Harappa e altri siti della civiltà Indo-Sarasvati, sia spesso immortalato il bisonte.
Per comprendere meglio la faccenda, ci affidiamo alle parole dell’archeologo-botanico Richard H. Meadow del Dipartimento di Antropologia dell’Università di Harvard e direttore del Harappa Archeological Research Project: «Sussistevano su una combinazione di risorse domestiche e selvagge. In primo luogo dipendevano più dalla selvaggina selvaggia come rinoceronti, elefanti e bufali selvatici, e gradualmente passarono alla raccolta delle colture e dei propri animali.»
Non tardò a svilupparsi il commercio di rame, stagno e lapislazzuli sugli altopiani del Belucistan, mentre dalle coste meridionali del Pakistan giungevano le conchiglie e tramite i corsi d’acqua dell’Himalaya il legname.
L’oro proveniva dall’Asia meridionale e l’agata dal confinante Gujarat. Tutte queste materie prime servivano a produrre raffinati manufatti che, assieme al cotone e alla ceramica di produzione locale, venivano esportati con successo in Mesopotamia, Persia e Asia Centrale, tramite una rete commerciale ben sviluppata su cui poggiava buona parte dell’economia, che pare continuare senza soluzione di sorta nei millenni successivi.
Durante gli scavi archeologici a Lothal nel golfo di Cambay, è venuto alla luce un canale che collegava la località al mare, munito anche di un bacino d’attracco.
Come riferisce l’archeologa Jane McIntosh della Cambridge University, nel sito di Ra’s al Junayz sulla costa est dell’Oman, sono emerse evidenze di questi commerci, con il rinvenimento di vasellame harappano e tracce di canne e corde bitumate, che suggeriscono l’esistenza nel III millennio a.C. di navi calafatate, impermeabilizzate con l’inserimento nel fasciame di canapa impregnata di bitume.
L’archeologo Farzand Ali Durrani dell’Università di Peshawar spiega per sommi capi qual era la via marittima di questi commerci: «È stato un ambiente di simbiosi economica. Gli stati meridionali controllavano il traffico marittimo, come fa oggi Karachi. Le navi da Meluhha [il nome con cui i Sumeri chiamavano la nazione Harappan] navigavano regolarmente da Lothal, a 400 chilometri dalla costa oggi Bombay, per i porti di Babilonia.»

Mappa in cui sono indicati i maggiori siti archeologici della Valle dell’Indo (MM DecArch)

Negli antichi testi vedici si fa effettivamente menzione del popolo chiamato Meluhha o Melukhkha, termine assimilabile al dravidico Met-akam che significa ‘terre alte’.
Gli scritti in carattere cuneiforme risalenti al Terzo Periodo di Ur, fine del III millennio a.C., descrivono Meluhha come ‘terra delle montagne nere’.
Nonostante le controversie sorte per la corretta interpretazione del termine, Asko Parpola, professore emerito di indologia all’Università di Helsinki, è convinto che vada ricondotto alla civiltà proto-indiana di Harappa.
I commerci tra la Mesopotamia e la Valle dell’Indo sono ben documentati. Il legno, i minerali e le pietre preziose furono estratte dalle regioni collinari attigue agli insediamenti della Valle dell’Indo. Questa merce giungeva in Mesopotamia sigillata con guarnizioni d’argilla della città di Harappa.
Sotto il regno di Gudea, sul finire del III millennio a.C., giunsero sicuramente da Melukhkha legname e corniola (una varietà del quarzo calcedonio) per la costruzione del tempio dedicato al dio Ningirsu a Lagash.

Mappa con i maggiori centri della cultura Indo-Sarasvati, Primo periodo Harappano, 3300–2600 a.C. (Avantiputra7, tratta da The Ancient Indus Valley: New Perspectives, 2008, di Jane McIntosh)

A Mehrgarh sono emerse prove della lavorazione della ceramica fin dalla metà del VI millennio a.C. L’attività, espletata con tecniche avanzate, riguardava la produzione di vasellame, perline, sigilli a bottone con disegni geometrici e figurine in terracotta decorate, rinvenute anche nei sepolcri.
Gli artigiani usavano trapani in pietra e rame, forni di rinfrescamento e a pozzetto, crogioli di fusione di rame.
Nel 2016 è stata data notizia del ritrovamento di un amuleto di seimila anni fa, all’interno di un sepoltro di Mehrgarh.
Il manufatto è stato analizzato con una tecnica innovativa basata sulla luce, mediante un acceleratore di particelle del Centro Nazionale delle Ricerche Francese, che ha permesso di visualizzare la microstruttura del manufatto con una risoluzione superiore a quella dei tradizionali microscopi. Ciò ha reso possibile comprendere quale metodo fu utilizzato per la sua realizzazione.
Il responso, pubblicato sulla rivista Nature Communications, è stato a dir poco stupefacente, poiché l’amuleto contiene due tipi di ossido di rame che si sono formati in tempi diversi, ed è stato realizzato partendo da un unico pezzo di rame, poi fuso e riverso in uno stampo d’argilla creato da un modello di cera.

Vaso in ceramica proveniente da Mehrgarh (Arun Reginald, 2015)

Durante il procedimento, il metallo ha casualmente incorporato al suo interno l’ossigeno presente che ossidandosi ha creato le microstrutture.
Ecco quindi un’altra eccellenza per Mehrgarh, stavolta del più antico oggetto metallico mai realizzato con la particolare tecnica di fusione a cera persa: si tratta fra l’altro di uno sviluppo fondamentale nella metallurgia, tuttora utilizzato dalla Nasa per la produzione di quelle attrezzature che devono resistere nello spazio cosmico.
C’è da spendere qualche altra parola per quel che concerne un altro primato: novemila anni fa da questi parti, ci si intendeva anche di odontoiatria poiché si usavano selci appuntite per la perforazione dello smalto dentale su persone viventi.
Lo certifica uno studio italiano pubblicato su Nature nel 2006, in cui si descrivono undici corone molari forate appartenenti a nove adulti, scoperte in un cimitero di Mahrgarh. Su un totale di circa quattromila denti appartenenti a trecento sepolture, ne sono emersi undici con segni di perforazione superficiale sulle corone dei denti posteriori, probabilmente a scopo terapeutico o palliativo per la presenza di carie. L’usura dei denti sui segni di trazione indica che ciascuno di questi individui continuò a vivere dopo la perforazione. Poiché i molari sono nella parte posteriore delle mascelle, i ricercatori escludono trapanazioni a scopo decorativo.

L’amuleto rinvenuto a Mehrgarh (FOTO©CNRS/IBERPRESS)

Come spiega uno dei firmatari della ricerca, il paleoantropologo Roberto Macchiarelli dell’Università di Poitiers, «i dentisti del Neolitico operavano indistintamente sugli uomini e sulle donne, ma non su bambini. Quattro degli undici denti trovati appartengono infatti a individui di sesso femminile, due a maschi e tre a persone delle quali non è stato possibile definire il genere… Le cavità erano accuratamente ripulite e probabilmente, considerato che interessavano tessuti sensibili, erano sigillate con qualche materiale, che purtroppo non abbiamo ritrovato. Sospettiamo però che venisse utilizzato del bitume, una sostanza che ancora oggi in quella zona è impiegata per curare le ferite delle capre. Si trattava comunque di interventi molto dolorosi: forse veniva usato qualche anestetico, o le persone avevano una soglia del dolore più elevata.»
La ricerca ha evidenziato che in questa necropoli, dopo il 4500 a.C., non è stata trovata ulteriore prova di perforazione dentale, come voler dire che da quel momento la tecnica non fu più eseguita. Va da sé che per l’esiguo campione, la pratica deve considerarsi un evento raro e forse per questo di breve durata.
Dal 2600 a.C. Mahrgarh fu progressivamente abbandonata e la gente si trasferì sulle rive dell’Indo per ricominciare tutto di nuovo. La città fu per qualche tempo frequentata solamente come luogo per cerimonie di sepoltura.
Il progressivo abbandono di Mahrgarh e dintorni è confermato da un recente studio genetico sulla popolazione sud-asiatica, poiché i dati rilasciati suggeriscono importanti migrazioni dalle steppe euroasiatiche in Asia meridionale verso la metà del VI millennio a.C. Le firme genetiche più significative sono attribuite alle genti di Pakistan e Gujarat.
La genetica ci viene in aiuto anche per cercare di capire da dove provenissero le genti che diedero corpo alla civiltà di Mahrgarh.
Sostanzialmente sono state mappate due importanti dispersioni.
La prima risale pressappoco a cinquantamila anni fa, quando i migranti raggiunsero l’Asia meridionale dall’Africa seguendo un cammino costiero.
La seconda è attestata a novemila anni fa, quando gli agricoltori della Mezzaluna Fertile, quella porzione oggi ricompresa in Siria e Iraq, attraversarono l’Iran per stanziarsi in Asia meridionale, in particolare nel Belucistan.
In attesa di saperne di più del recente ritrovamento vicino a Rohtak (India settentrionale) di un sepolcreto del 2.600 a.C., dove sono stati trovati settanta scheletri della civiltà Harappa, per ora è utile rinfrescare la memoria dei lettori con la scoperta nel 1947 di una grande quantità di tombe megalitiche sull’altopiano del Deccan.
Circa la razza a cui appartenevano gli scheletri l’archeologo Ernest J.H. Mackay dichiarò – come riferito da Giuseppe Aprile – che « [due studiosi] hanno riconosciuto tra essi quattro razze diverse: protoaustraloide, mediterranea, mongola e alpina, le due ultime rappresentate ciascuna da un cranio. I tipi protoaustraloide e mediterraneo che costituiscono la maggior parte dei teschi, devono essere appartenuti a un popolo dolicocefalo con il cervello di notevoli dimensioni; assomigliano, sotto molti aspetti, a crani rinvenuti a Kish…»
L’australoide è un ramo orientale della razza degli indigeni d’Australia, caratterizzata da statura oltre la media, pelle scura, capelli lungi (ma con riccioli corti nei primati dell’India), bocca larga, fronte declive e naso infossato e prominente. Insomma, le somiglianze con il Neandertal sono evidenti, come pure con i caratteri del tipo negroide presenti sia a Daccan sia in Nuova Guinea e Melanesia.

Figurina femminile inneggiante la fertilità, proveniente dagli scavi di Mahrgarh (Denis Biette, 2005)

Il primo cranio dolicocefalico protoaustraloide fu trovato nel 1891 sull’isola di Giava in Indonesia.
I resti di quello che poi sarà chiamato Homo erectus, scoperti dall’antropologo Eugene Dubois, sono quelli di una razza estinta connessa con i Vedda, aborigeni dello Sri Lanka e discendenti della comunità neolitica vissuta in quel posto nel 16.000 a.C.
Un secondo esemplare fu rinvenuto nei pressi di Giava dal paleontologo von Koenigswald nel 1936. Con la scoperta in Kenya dell’ominide più antico, l’uomo di Giava ha perso il primato ma è diventato un tratto d’unione tra l’uomo moderno e quell’antenato comune che condividiamo con le scimmie, anche se c’è chi sostiene che questo passo intermedio nella nostra evoluzione sia da attribuire a Homo ergaster.
La presenza nella civiltà Indo-Sarasvati di un nutrito gruppo d’individui con crani dolicocefali come a Catal Huyuk, può indicarci la strada da seguire per trovare i numerosi segni che un’antica razza estinta ha disseminato un po’ dappertutto su questo nostro pianeta.
Scoprire che i sigilli indiani più antichi provengono dall’Anatolia, dal sito del tardo Neolitico di Hacilar (5.500-5.000 a.C.), e recano impressa soprattutto l’immagine del toro o di una donna con il seno in evidenza nell’atto di accoppiarsi con un toro, consentirà di trovare queste tracce laddove era venerata la Dea Madre e il suo Toro celeste.
La gente di Mehrgarh, grazie a una efficiente rete commerciale, lasciò tracce di sé ovunque, anche in Mesopotamia come abbiamo già scritto, ove sono stati rinvenuti i sigilli della cultura Indo-Sarasvati con impresso il particolare motivo dell’unicorno, che lì starà poi a simboleggiare il dio babilonese Marduk.
Già nel periodo della cultura Ubaid, fu realizzata in Mesopotamia la canalizzazione delle acque del Tigri e dell’Eufrate, che rese navigabili i canali e i corsi d’acqua. Ciò creò un’estesa e funzionale rete commerciale che raggiungeva Eridu, da cui era possibile mantenere contatti con le coste arabe e indiane.
Ai tempi di Sargon, sul finire del III millennio a.C., gli Accadi intrattenevano ancora rapporti commerciali con Meluhha, tanto che pesi e sigilli sumeri sono stati trovati negli insediamenti di Mohenjo-daro e Harappa.
La primigenia cultura itinerante, forse quella di Mehrgarh, potrebbe quindi essere all’origine della civiltà sviluppatasi nella Terra fra due fiumi.
La prima gente che pare sia giunta in Mesopotamia a Sumer fu quella denominata ‘il popolo dalla testa nera’, che non ha nulla a che fare con la stirpe semitica.
Non conosciamo il luogo di provenienza di questi nomadi, ma l’assirologo Giovanni Pettinato, partendo dal presupposto che i Sumeri non fossero originari dell’Iraq per le diversità delle caratteristiche linguistiche e somatiche, in base ai testi rinvenuti proponeva tre ipotesi, la prima delle quali, la più plausibile, considerava questa gente proveniente dal sud-est dell’India, almeno per due motivi: l’appellativo di ‘teste nere’ che si erano scelti (abbiamo già accennato ai testi di Ur che descrivono Meluhha come ‘terra delle montagne nere’) e le similitudini tipologiche con gli indiani di questa zona.
E non va sottovalutato il fatto che questa gente, una volta arrivata nella pianeggiante Mesopotamia, abbia voluto ricreare anche il culto della montagna.
Federico Arborio Mella è del parere che esistano «parentele linguistiche anche con gli idiomi dravidici, cioè dell’India meridionale. E allora starebbe in piedi l’ipotesi che i Sumeri provenienti dall’India, si siano stanziati nell’Asia centro-occidentale e di qui alcuni di loro si siano poi avviati alle foci dei due fiumi… Comunque sia, il loro primo insediamento in Mesopotamia fu Uru-Dug o Nun-ki, più tardi chiamata Eridu… vi sorgeva il gran tempio E-apsu, dedicato al dio Enki, che li aveva guidati fin lì.»
L’archeologo Leonard Woolley scriveva che la ceramica «chiamata, a torto, di Al-Ubaid, in realtà fu trovata la prima volta a Eridu, la più meridionale e, per tradizione, la più antica delle città sumeriche. »
Se così fosse, ecco la ragione per cui sulla costa orientale del Golfo Persico, anche nella terra che i Sumeri chiamavano Meluhha, si veneravano alcune delle divinità della Mesopotamia.

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