Viaggio di ritorno

space-624054_640L’esplorazione cosmica va considerata come una nuova, inevitabile fase dell’evoluzione scientifica e tecnica, alla quale non potremmo rinunciare senza compromettere per sempre le sorti del nostro genere.
Peter Kolosimo

Accendere la spiritualità Le testimonianze di alcuni noti astronauti americani, di ritorno dai viaggi spaziali, possono aprire uno squarcio nella comprensione dell’esistenza umana perché lassù qualcosa di strano succede davvero alla gente della nostra razza.

Un cambiamento interiore che accende la spiritualità e permette di fare un passo in più verso Dio, o chi per lui: queste in sintesi le sensazioni dei cosmonauti, riportate in un articolo pubblicato sul settimanale Time nei primi anni Settanta del secolo scorso (ripreso e commentato sulle pagine del mensile PI KAPPA nr. 10, ottobre 1973). A parte i disturbi fisici sofferti in volo, comunque temporanei, desta impressione, poiché non messo in debito conto, l’impatto dirompente sulla psiche, anche perché stiamo parlando di pochissimi uomini selezionati e addestrati per uno specifico incarico. L’astronauta Al Worden della missione Apollo 15, nel luglio 1971 era in orbita attorno alla Luna. Poiché i suoi compagni erano sul satellite, si trovò momentaneamente solo nell’abitacolo spaziale. In quel frangente, qualcosa successe in lui ma se ne accorse solamente quando rientrò sulla Terra. Infatti, si mise a scrivere versi in cui esprimeva quelle sensazioni provate nello spazio. In tutto questo non ci sarebbe nulla di strano se Worden, prima di quell’esperienza, non avesse mai manifestato particolari attitudini per la contemplazione e la meditazione. Lui stesso confessò che lassù qualcosa era cambiato. Qualcosa di simile capitò anche a Russel Schweickart, a bordo dell’Apollo 9. Al suo ritorno sentì di essere cambiato profondamente, dichiarando di aver perso completamente la sua identità di astronauta americano e di essersi sentito “come una parte di tutti gli esseri e di tutte le cose”. Tale nuova consapevolezza lo portò a impegnarsi in una clinica specializzata nel combattere le tossicodipendenze, a collaborare volontariamente a un telefono amico, per finire con l’impegno diretto in un gruppo di meditazione trascendentale da lui stesso creato. Ed Mitchell, componente dell’Apollo 14, confermò che, effettivamente, qualcosa succede fuori dell’atmosfera terrestre. Doveva esserne convinto se lasciò l’ente spaziale americano, dedicandosi completamente alla parapsicologia, in special modo ai contatti telepatici. In una circostanza gli scappò detto che chi, come loro, viaggiava nello spazio, sviluppava una coscienza universale con l’impulso di migliorare la vita sulla Terra. La carrellata di testimonianze al limite del credibile prosegue con Jim Irwin, dell’Apollo 15: l’astronauta fu protagonista di un’esperienza religiosa che lo scosse a tal punto da abbracciare la professione di pastore battista; dichiarò alla stampa che lassù nello spazio aveva sentito la presenza di Dio e di essere convinto che l’avesse chiamato a servirlo. Echi di una presenza onnipotente arrivano anche dall’equipaggio dell’Apollo 16 per bocca di Charles Duke, che avvertì questa sensazione fissando il nostro satellite dall’oblò. Alan Shepard e Neil Armstrong raccontarono di essere stati profondamente impressionati dello spettacolo ammirato a così tanta distanza dalla Terra, descritta come una piccola perla azzurra. Anche a Bill Anders dell’Apollo 8 accadde qualcosa d’insolito perché solo in volo si rese conto dei reali bisogni dell’umanità. Tom Stafford, che partecipò a due missioni Gemini e una Apollo, doveva accorgersi di far parte dell’umanità – più della sua nazione – quand’era in orbita, come fosse un’illuminazione. Dall’Apollo 11 viene la testimonianza di Michael Collins, rimasto all’interno della navicella mentre Neil Armstrong e Buzz Aldrin allunavano: in quel limbo di solitudine fu invaso da un’incontenibile felicità. Jack Swigert, della sfortunata missione Apollo 13, si trovò insolitamente a pensare che l’esplorazione spaziale, con tutti i benefici che avrebbe recato, potesse davvero far cambiare marcia all’umanità, apportando maggior comprensione tra i popoli.

Voci aliene Anche i cosmonauti russi, seppur con molto ritardo (a parte lo status militare, non si dimentichi che la conquista spaziale è coincisa con il periodo della guerra fredda, che imponeva il massimo riserbo per evitare che le informazioni arrivassero alla controparte), raccontarono analoghe esperienze vissute nello spazio, mantenendo spesso l’anonimato pur di continuare nella professione. Un astronauta, una ventina di anni fa, rilasciò un’intervista in cui riferì della circostanza in cui ci furono dei problemi d’aggancio con la stazione orbitante: dopo diversi tentativi, il carburante della navicella si stava esaurendo e rimaneva un solo tentativo prima che la missione fallisse. Nonostante il comando fosse affidato ad altro astronauta, l’intervistato sentì un comando mentale che gli intimava di assumere l’iniziativa, senza che il comandante avesse nulla da obiettare. Quasi in trance, e grazie a questa voce che gli suggerì la manovra da compiere, l’aggancio riuscì alla perfezione. Al ritorno sulla Terra, entrambi i cosmonauti preferirono non far menzione di questa presenza. Anche l’astronauta collaudatore Sergej Kricevskij, in quegli anni, raccontò di come lui e altri colleghi avessero avuto visioni o sogni fantastici prima della partenza; in quegli stati alterati di coscienza, tutti sentirono di essersi trasformati in un’entità animalesca descritta come una specie di sauro appartenente a un pianeta sconosciuto. Un altro punto in comune fu la sensazione di essere catapultati in una distorsione spazio temporale, in cui riuscivano a ricevere informazioni veicolate da un essere superiore che permetteva di conoscere in anticipo le situazioni difficoltose della missione. Queste visioni, chiaramente, non furono inserite nei rapporti perché avrebbero significato l’immediata esclusione dal programma di volo, se non l’internamento in qualche clinica psichiatrica. La prolungata permanenza in assenza di gravità potrebbe essere la ragione che produce tali stati alterati di coscienza, in cui emergono dall’inconscio frammenti di informazioni provenienti da esistenze vissute in altri organismi. Oppure, potrebbe essere l’effetto di radiazioni galattiche assorbite dagli astronauti in alcuni frangenti della missione, ma anche di flussi elettromagnetici recepiti dal cervello durante il sonno. Quasi superfluo aggiungere che siamo di fronte a ipotesi che la scienza non prende nemmeno in considerazione. Se nell’Universo esiste una qualsiasi forma d’intelligenza superiore, che riesce sporadicamente a influire sulle nostre percezioni sensoriali, non siamo ancora in grado di comprenderla.

Affinare i sensi I cosmonauti russi, da quel poco che finora è trapelato, sarebbero stati protagonisti, al pari degli americani, anche di esperienze mistiche. Kiril Butusov si è fatto portavoce di queste mezze verità. L’astronauta Vitalij Sevast’janov avrebbe scorto distintamente, mentre si trovava in orbita, alcuni particolari della sua città, Soci, un po’ come accadde al collega americano Gordon Cooper sorvolando il Tibet. Pure Jurij Glazkov, dallo spazio, avrebbe avuto le stesse sensazioni d’ingrandimento degli oggetti, quasi che l’oceano si spalancasse. Fatti analoghi raccontarono Georgij Mikhajlovic e Jurij Romanenko, ma anche Vladimir Kovalenok, Petr Klimuk e Aleksandr Ivancenkov. L’astronauta Vladislav Volkov asserì di aver udito il latrato di un cane (forse la cagnolina Laika) e poi il pianto di un bimbo e la voce di una donna. Aleksej Leonov e Jurij Gagarin avrebbero, invece, sentito una musica celestiale. Georgij Gretchko, convinto che nell’Universo ci sia un’intelligenza a noi superiore, sorvolando Capo Horn, luogo noto per gli incidenti occorsi ad alcune navi, avrebbe avvertito una sensazione di pericolo. Kiril Butuzov, dal canto suo, raccontò di qualche altra testimonianza, sempre anonima (purtroppo) riferita alla sensazione di avere alle spalle un’opprimente presenza invisibile, che non si sa come (telepaticamente?) comunicava la propria contrarietà per i viaggi spaziali compiuti dall’umanità: sembrerebbe di capire che siamo troppo in anticipo per la conquista degli spazi siderali. Queste visioni, secondo quanto accertato durante la fase di simulazione precedente al volo, potrebbero essere il frutto del prolungato isolamento degli astronauti. D’altronde, la medicina aerospaziale è nata proprio per comprendere anche questi fenomeni, causati spesso dalla mancanza d’aria, dall’assenza di gravità, dalle radiazioni e dall’irraggiamento solare. Le alterazioni dell’organismo, in simili, estreme condizioni, potrebbero favorire l’insorgere di stati alterati, modificando le capacità sensoriali e percettive.

L’anello mancante È il caso di tirare in ballo un filosofo greco, Anassagora, vissuto nel V secolo a.C., noto per aver introdotto la filosofia ad Atene ai tempi di Pericle. Il suo modo di ragionare, per certi versi simile al collega Empedocle, gli fece postulare fra l’altro che nell’universo esistono elementi in perenne movimento, che aggregandosi tra loro, sono all’origine della vita. Il moto di queste sostanze sarebbe razionalmente indotto da un’energia proveniente dall’intelligenza divina Nous, cara anche a Hegel. Anassagora, che formulò anche ipotesi circa il movimento dei corpi celesti, doveva apparire davvero scellerato, o fuori dal suo tempo, se le sue asserzioni lo condussero all’esilio forzato e forse al suicidio. Sulla sua lapide a Lampsaco, località sullo stretto dei Dardanelli, qualcuno potrebbe aver scritto che “…moltissimo s’accostò al limite della verità intorno al mondo celeste”, e se fosse vero, certamente la menzione era per la sua teoria sulla pluralità dei mondi, cioè la possibilità che esistano sistemi planetari come il nostro, con gli stessi pianeti. Platone e Aristotele non risparmiarono critiche al pensiero di Anassagora, così proiettati a cercare il fine del Nous, considerato anche come la parte profonda e nascosta della materia, piuttosto che il risultato finale. Ad Anassagora va riconosciuto, indubbiamente, il rigore del metodo scientifico, derivante dall’esperienza e dall’osservazione diretta. Ebbene, proprio Anassagora, millenni prima che i nostri astronauti in orbita si rendessero protagonisti di questi episodi paranormali, s’interessò al problema della conoscenza umana, osservando che erano tre i concetti fondamentali alla base della questione: l’esperienza e le sensazioni, la memoria e la tecnica. In mancanza dell’esperienza, non poteva esserci nessuna conoscenza, ma questa andava di pari passo con la capacità di comprendere, cioè essere in grado di avvertire i cambiamenti proposti dal mondo esterno. Le sensazioni, a questo punto, andavano a formare un indispensabile bagaglio per la memoria, consentendo la conservazione delle esperienze vissute. Infine, grazie all’organizzazione di queste conoscenze, la memoria poteva generare la sapienza e in seguito la tecnica, che permetteva di utilizzare le conoscenze acquisite per creare progresso. Nel caso delle sensazioni percepite dai cosmonauti, sempre ammesso che siano tutte genuine (qualche dubbio dobbiamo pur nutrirlo), i limiti potrebbero essere il numero ridotto del campione a disposizione e la fugacità dell’esperienza, che tuttavia non ha impedito l’alimentazione della memoria. Il rilascio di queste informazioni, da parte degli astronauti di ritorno sulla Terra, ha permesso di comprendere qualcosa in più della natura umana, anche se l’abilità di trasformare correttamente il contenuto del database, per raggiungere l’evoluzione cosmica (forse il Nous, l’intelligenza divina di cui parlava il filosofo), sembra ancora latitare. Un software che non riesce a leggere tutte le partizioni dell’hard disk: una sorta di anello mancante.

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