Immaginare la creazione

fantasy-181304_640… ed Egli lo fece tondo e sferico, in modo che vi fosse sempre la medesima distanza fra il centro ed estremità… e gli assegnò un movimento, proprio della sua forma, quello dei sette moti. Dunque fece che esso girasse uniformemente, circolarmente, senza mutare mai di luogo… e così stabilì questo spazio celeste rotondo e moventesi in rotondo.” (L’Universo secondo Platone, dal Timeo)

Luci e ombre In Grecia l’astronomia prese avvio nel VII secolo a.C. con la scuola ionica di Talete di Mileto. Tra le prime determinazioni c’erano la sfericità della Terra e la visibilità della Luna per riflessione dei raggi solari. Da questi insegnamenti giovò anche Anassimandro, che per primo scrutò il cielo con uno gnomone di sua invenzione. Due secoli dopo fu Pitagora a ipotizzare moti, rotazione e rivoluzione del nostro pianeta, pur restando questa saldamente al centro dell’Universo. Uno degli allievi pitagorici, Filolao, immaginò la struttura dell’Universo con un perno centrale infuocato, con i pianeti che rotavano attorno. C’era ancora un po’ di confusione perché si pensava che anche il Sole ruotasse con i pianeti.

Fu Platone, sul finire del V secolo a.C., a narrare poeticamente i moti della Luna e dei pianeti, soffermandosi sulla natura delle stelle. Il pensiero di Platone fu poi migliorato da Eudosso da Cnido, introducendo sfere motrici nei planetari per il movimento autonomo dei pianeti, determinando le traiettorie apparenti di questi. Dopo l’aggiunta di alcune sfere per la Luna, il Sole e tre pianeti, per opera di Callippo, Aristotele perfezionò il sistema collocando all’esterno il propulsore dell’Universo che permetteva il moto a tutte le sfere collegate: aveva ideato il sistema geocentrico, che resisterà fino a Copernico. In contrapposizione alla scuola ionica c’era quella alessandrina, con Aristarco ed Eraclide che ipotizzarono un sistema eliocentrico per l’Universo (la Terra che ruota intorno al Sole), giustificando le stagioni con la diversa inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’eclittica. Anche Eratostene disse la sua, cercando di calcolare la grandezza della Terra e la distanza del Sole dalla Terra con metodo scientifico. Nel II secolo a.C. fu Ipparco di Nicea a scoprire la precessione degli equinozi (con la conseguente determinazione delle differenze tra l’anno siderale e quello tropico) e a redigere un suo catalogo stellare con oltre mille astri. A quel punto trascorsero centinaia d’anni per ritrovare qualche sviluppo nell’astronomia greca, con Claudio Tolomeo d’Alessandria d’Egitto che, nel II secolo d.C., raccolse tutta la conoscenza dell’epoca nell’Almagesto, un’opera che rimarrà valida fino al Medioevo con il sistema tolemaico che immaginava la Terra ancora al centro dell’Universo, con il Sole e tutti gli altri pianeti a girarle attorno.

Il soffio divino Anassimene, filosofo greco della scuola ionica vissuto nel VI secolo a.C., non era certo da meno rispetto alle competenze degli astronomi della Mesopotamia; infatti, discuteva delle distanze che separano la Terra dalle stelle e dai compagni di queste che non emanano luce. Quest’ultima nozione fu nuovamente acquisita solo dalla scienza degli ultimi secoli. Tra le competenze di Anassimene, discepolo di Anassimandro, oltre alla filosofia e all’astronomia vi era anche la meteorologia. Quel poco che conosciamo di lui è grazie a un’opera di Ippolito, che ne illustra il pensiero filosofico, con l’importanza attribuita all’aria (che si modifica interagendo con terra, acqua e fuoco) come principio alla base di ogni cosa e forza propulsiva del mondo. Per il pensatore greco, l’universo poteva essere inteso come un grande organismo vivente che si nutre dell’aria in cui è immerso, diventando il suo respiro vita e anima. In sostanza, quello che in seguito Diogene di Apollonia identificherà come soffio vitale, che ci riporta immediatamente alle tradizioni dell’Antico Egitto, dove il Ka, lo spirito universale incarnato, al momento del passaggio nell’aldilà si trasformava nello spirito astrale per ricongiungersi al Ba, la scintilla divina. I discepoli di Pitagora (leggendaria figura di scienziato, vissuto ai tempi di Anassimene), nella seconda metà del V secolo a.C., elaborarono dottrine astronomiche tra cui quella che descrive la Terra come una sfera, nozione certamente appresa nella sua originalità dagli Egizi (si vedano le iscrizioni rinvenute nella necropoli di Saqqara, della V e VI dinastia). Nella piramide di Unas, troviamo i più antichi testi, cioè le iscrizioni rituali che descrivono la vita dopo la morte. Fra l’altro, anche il teorema che rese celebre Pitagora era già noto ai Babilonesi: al filosofo va, semmai, il merito di aver scovato l’elemento armonioso che scaturisce dal rapporto tra i numeri e gli accordi musicali.

Il Nous, energia divina Un altro filosofo greco, Anassagora, vissuto nel V secolo a.C., è ben noto per aver introdotto la filosofia ad Atene ai tempi di Pericle. Il suo modo di ragionare, per certi versi simile al collega Empedocle (il quale sosteneva che niente nasce e muore, perché i termini nascita e morte sono di natura umana, la cui utilità è di identificare unione e separazione degli elementi dell’Io), gli fece postulare, fra l’altro, che nell’universo esistono elementi in perenne movimento, che aggregandosi tra loro, sono all’origine della vita. Il moto di queste sostanze sarebbe razionalmente indotto da un’energia proveniente dall’intelligenza divina Nous, cara anche a Hegel. Anassagora, che formulò anche ipotesi circa il movimento dei corpi celesti, doveva apparire davvero scellerato, o fuori dal suo tempo, se le sue asserzioni lo condussero all’esilio forzato e, forse, al suicidio. Sulla sua lapide a Lampsaco, località sullo stretto dei Dardanelli, qualcuno potrebbe aver scritto che “…moltissimo s’accostò al limite della verità intorno al mondo celeste”, e se fosse vero, certamente la menzione era per la sua teoria sulla pluralità dei mondi, cioè la possibilità che esistano sistemi planetari come il nostro, con gli stessi pianeti. Platone e Aristotele non risparmiarono critiche al pensiero di Anassagora, così proiettati a cercare il fine del Nous, considerato anche come la parte profonda e nascosta della materia, piuttosto che il risultato finale. Un bel dibattere, non c’è che dire. Ad Anassagora va riconosciuto, indubbiamente, il rigore del metodo scientifico, derivante dall’esperienza e dall’osservazione diretta.

Logos e illusioni Democrito, allievo che superò il maestro (Leucippo), cent’anni dopo andava dicendo che questi universi paralleli, gli stessi postulati da Anassagora, potevano divergere considerevolmente fra loro, così come le relative distanze. La differenza sostanziale tra le convinzioni di Anassagora e quelle di Democrito, stava nella definizione da attribuire al vuoto, inteso come spazio privo di atomi. Se per Anassagora si trattava di un ‘non essere’, per Democrito era mancanza di materia, uno spazio che andava comunque considerato determinante per il movimento degli atomi, perché in quell’ambito si sviluppava la realtà. Democrito sosteneva, inoltre, che se alcuni di essi erano in espansione, altri attraversavano un periodo aureo o conoscevano una parabola discendente. Interessante la sua asserzione riguardo alla Via Lattea, che descriveva come un grande ammasso di stelle che, per la loro lontananza, parevano disperdersi nello spazio. Secondo quanto ci narra Seneca, Democrito sapeva che i pianeti erano più numerosi di quelli visibili a occhio nudo, intuiva che il Sole avesse una grandezza abnorme e che le macchie lunari erano, in realtà, le ombre di massicci montuosi e di larghe vallate. Un gran bel personaggio, questo Democrito, che tra i suoi contemporanei si considerava “quello che ha percorso la maggior parte della Terra, facendo ricerca delle cose più strane”, vedendo “cieli e terre numerosissime” e sentito “la maggior parte degli uomini dotti”. Pare proprio che non esagerasse in queste affermazioni, poiché era considerato davvero il custode di un grande sapere, per alcuni superiore a quello di Socrate, e il precursore della fisica. Per questo la sua teoria atomista (la contrapposizione fisica tra l’atomo, che costituiva l’essere, e il vuoto, a rappresentare il contrario; per Democrito occorreva considerare l’atomo come elemento costitutivo dell’universo, comprensibile a un livello esulante dalla fisicità, quindi intuibile solamente con l’intelletto; anche Democrito, come altri filosofi, quando discuteva dell’atomo, considerandolo l’elemento indispensabile di ogni cosa, si riferiva all’arché), un primo approccio al principio d’inerzia, fu ripresa da Epicuro, Lucrezio e molti altri pensatori. Democrito, che non credeva all’immortalità dell’anima, disse la sua anche sulla natura delle divinità, sostenendo che dovevano essere considerati tali e quali agli esseri umani, con cui non potevano interagire. La contrapposizione degli atomi di diversi organismi produceva, secondo il pensatore, una serie di false informazioni (illusioni come colori, sapori e odori) che impediva di comprendere l’essenza della natura atomica e quindi la relativa realtà metafisica, raggiungibile solamente con la conoscenza logica e razionale del pensiero: il logos.

L’allievo di Stratone L’astronomo Aristarco di Samo, nel III secolo a.C., si era già fatto un’idea ben precisa di come funzionassero le cose in cielo. Non sappiamo come arrivò a introdurre teorie così avveniristiche, ma indubbiamente fu il primo a comprendere che il Sole e le stelle fossero immobili e la Terra girasse attorno al Sole con moto rotatorio intorno a un asse inclinato rispetto al piano di quell’orbita. Non l’avrà chiamata teoria eliocentrica, ma già all’epoca sapeva di cosa parlasse, senza bisogno di assegnarle quel nome. Lo scienziato, dopo aver studiato ad Alessandria sotto la guida di Stratone di Lampsaco, si dilettò a stimare le dimensioni del Sole e della Luna, arrivando a calcolare, con la trigonometria, le relative distanze dalla Terra. I risultati furono certamente differenti dalla realtà, ma solo per un errore nel calcolo del valore da assegnare per l’angolo Sole/Terra/Luna nel momento della quadratura: uno sbaglio dovuto alla mancanza d’idonea strumentazione.

Nella biblioteca di Alessandria Eratostene di Cirene, coetaneo di Aristarco, è un personaggio fascinoso perché, oltre che astronomo e matematico, era solito intrattenere le genti con la poesia. Bibliotecario ad Alessandria, redattore della storia antica dell’Egitto e della Grecia (questi scritti riportano avvenimenti ordinati cronologicamente sulla scorta dei vincitori delle Olimpiadi, dal 776 a.C. in poi; Eratostene si servì poi delle liste dei re spartani per collocare i fatti precedenti alla prima olimpiade), oggi è ricordato soprattutto come chi riuscì a determinare la circonferenza del Sole e le dimensioni della Terra con uno scarto del tutto accettabile. Affascinato dalla mitologia, Eratostene lasciò ai posteri uno studio (Catasterismi) in cui descriveva quarantadue costellazioni, ognuna con il mito che lo accompagnava. A lui si deve anche un perduto catalogo di seicento settantacinque stelle. Per quel che ci tramanda Strabone, lo scienziato si occupò anche del fenomeno delle maree, individuando correttamente l’origine delle correnti nel ciclo lunare; catalogando fossili marini, determinò che la linea di costa doveva aver subito delle profonde modificazioni in un periodo considerevole. Di fronte a un uomo di così vasta cultura, non dobbiamo stupirci se introdusse pure il termine Geografia, per descrivere la conformazione della Terra, utilizzando per primo latitudine e longitudine e misurando il meridiano terrestre con apprezzabile precisione. Fu lui a realizzare la prima mappa del mondo, almeno com’era conosciuto a quei tempi.

Il planetario di un genio Archimede, il matematico siracusano celebrato ovunque, nel III secolo a.C. costruì addirittura un planetario, rinvenuto all’inizio del XX secolo nel Mediterraneo e oggi esposto al museo archeologico di Atene. Si trattava di un modello assai preciso, con un complicato ingranaggio che, attivando una manovella, permetteva il movimento apparente del Sole, della Luna e dei cinque pianeti allora conosciuti. Cicerone ci racconta di come arrivò a Roma questo straordinario macchinario, dopo l’assedio di Siracusa nel 212 a.C., e di come riscosse l’entusiasmo e l’ammirazione nell’uomo che lo aveva costruito. Anche lui passò per la scuola di Alessandria d’Egitto, come ci riferisce lo storico Diodoro Siculo, stringendo amicizia con l’astronomo Conone di Samo, Dositeo ed Eratostene. Da lì può essere nato l’interesse anche per l’astronomia: Tolomeo, citando Ipparco, narra di come Archimede fosse giunto a determinare i solstizi. Potremmo definirlo l’uomo del pi greco, perché fu il primo a stimarne il valore in 3,14 ma Archimede fu anche degno precursore di Leonardo da Vinci, poiché artefice d’incredibili macchinari, tra i tanti l’orologio ad acqua munito di una valvola galleggiante. Le conoscenze di Archimede, in parte andate perdute, rimasero per secoli confinate in un limbo, spesso trascritte senza comprenderne l’originale significato. Solo dal XV secolo della nostra era, insigni studiosi come Piero della Francesca e Galileo Galilei riuscirono a comprendere l’importante lascito di una scienza che sembrava perduta.

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