Il “Padre del terrore”

Great_Sphinx_of_Giza_0909Che la Sfinge fosse da considerare uno dei monumenti più antichi al mondo, e non risalente come si vuol far credere al tempo della costruzione delle piramidi a Giza, era opinione diffusa tra i primi archeologi che visitarono il sito all’inizio del XX secolo.

D’altro canto, anche la Stele della Sfinge, opera del faraone Tutmosi IV, certifica, secondo le ultime interpretazioni, che la statua fu liberata dalla sabbia, ancor prima, dallo stesso Chefren.La stele dell’inventario, rinvenuta dall’archeologo Mariette nel 1850, non è altro che una copia dell’originale di Chefren, nella quale egli sostiene che prima del suo dominio esistevano già sulla piana di Giza sia la Casa della Sfinge sia l’attigua Casa di Iside (da intendersi La Grande Piramide); il sovrano non fece altro che erigere, lì vicino, due piramidi di più ridotte dimensioni, una per se e l’altra per la figlia Henutsen.

Nell’antichità la Sfinge era conosciuta come “Abu el-Hol”, letteralmente “il Padre del Terrore”. Lo storico Erodoto nelle sue opere non ne parla, quindi è possibile che all’epoca il monumento fosse completamente ricoperto dalla sabbia del deserto. Da quel che sappiamo qualche Faraone periodicamente, la riportava alla luce ma nel giro di qualche centinaio d’anni la Sfinge inevitabilmente risultava di nuovo sepolta. Oggi possiamo osservare, senza ombra di dubbio, che la testa della Sfinge è veramente sproporzionata rispetto al corpo: questo significa, con ogni probabilità, che l’originale per qualche motivo fu fatta scolpire nuovamente ma ci si dimenticò di armonizzarla con il resto. In origine poteva essere la testa di un leone che l’erosione ha pian piano deteriorato.

Robert Schoch è un geologo stratigrafo della Boston University che all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, interessato dall’egittologo John Anthony West, dopo aver analizzato l’erosione delle Sfinge sulla piana di Giza ne determinò la causa nell’acqua piovana: “l’origine della Sfinge deve risalire ad almeno il periodo compreso tra il 7.000 e il 5.000 a.C., o addirittura prima.” L’erosione osservata da Schoch sul corpo e sui muri del recinto della Sfinge non era dovuta “…alle condizioni di aridità del deserto, trovate nella regione durante gli ultimi quattro o cinquemila anni…” ma piuttosto risultante “…da pioggia, precipitazioni meteoriche e fuoriuscite d’acqua… adeguata solo alle condizioni pre-sahariane, anteriori a circa il 3.000 a.C.”; il geologo tiene anche a precisare che l’erosione idrica della Sfinge “…è frutto chiaramente di precipitazioni e getti d’acqua, non di inondazioni o dello straripamento del Nilo. Allo stesso modo, essa non fu erosa da acqua permanente all’interno del Recinto della Sfinge” (“La civiltà perduta e le catastrofi dal sole”, 2012).

Alla stessa conclusione giunsero in seguito altri due geologi che s’interessarono alla faccenda, David Coxill e Colin Reader, anche se non concordarono con Schoch sull’età stimata. Sulla scorta delle osservazioni di Schoch circa il livello di erosione delle porzioni più antiche, è possibile determinare con una certa precisione il periodo in cui il monumento rimase esposto alle intemperie, cioè tra il 7000 a.C. e il 5.000 a.C., arco di tempo in cui, anche secondo il parere dei climatologi, l’Egitto fu effettivamente colpito da incessanti precipitazioni. Va da sé quindi che la Sfinge fu costruita prima. Gli egittologi contestano tuttora questi risultati nella convinzione che questo monumento e la seconda piramide siano da attribuire al faraone Chefren della IV dinastia: le ‘prove’ sono veramente scarse, al massimo si potrebbe parlare d’indizi. Il Tempio della Valle gli è attribuito perché al suo interno furono rinvenute le sue statue mentre per la Sfinge si è sempre parlato di verosimiglianza tra il volto della stessa e il faraone ma l’analisi delle statue a lui dedicate (almeno due, una conservata al Museo del Cairo e l’altra al Museo di Boston) ha posto non pochi dubbi di paternità. Anche lo studio comparativo eseguito qualche anno fa dal detective Frank Domingo ha confermato quello che d’altronde era sotto gli occhi di tutti da tempo. Un particolare curioso ce lo racconta Gaston Courtillier: “…il naso amovibile [della Sfinge], che scorreva lungo una scanalatura, attualmente si trova al British Museum; non si devono dunque tenere in alcun conto le leggendarie cannonate degli emiri del Medio Evo, dei mamelucchi o degli uomini di Bonaparte, che sarebbero state responsabili della mutilazione” (“Alla scoperta dei grandi tesori archeologici”, 1975). Non sappiamo le fonti da cui attinse Courtillier, ma al British Museum è esposto solo un frammento della barba della statua.

Il Tempio della Valle, fra l’alto, è costruito con lo stesso materiale della Sfinge e presenta la medesima erosione, diversa rispetto ad altri monumenti soggetti all’azione classica della sabbia portata dal vento. Si tenga presente che la Sfinge è stata ricoperta e quindi in qualche modo protetta dalla sabbia per quasi tremila anni: per tale ragione Graham Hancock e John Antonhy West credono di poter determinare il periodo di maggior intensità delle piogge in quello pluviale, caratteristico dell’Africa settentrionale tra il 7.000 e l’11.000 a.C. all’incirca quando terminò l’ultima glaciazione. Non ci sentiamo di avvallare l’ipotesi di Hancock e West, che retrodatano la Sfinge al 10.500 a.C., poiché allo stato attuale delle nostre conoscenze non c’è certezza di precipitazioni in quel periodo mentre quanto affermato da Schoch è plausibile con la fine dell’era glaciale nell’8000 a.C.

Poiché è possibile che anche l’Osireion, un ipogeo che si trova ad Abido alle spalle del tempio dedicato a Seti I, possa essere stato edificato nello stesso periodo della Sfinge, occorre al riguardo spendere almeno due parole. L’Osireion, interrato a ben 15 metri rispetto al livello del suolo, risulta costruito con enormi blocchi di pietra (alcuni dei quali con una lunghezza di sette metri e mezzo). Ha forma rettangolare, con lati di 60 e 22, e sulla parte interna del muro trovano posto 17 nicchie ad altezza d’uomo. Al centro della struttura, dieci pilastri e due vasche (una rettangolare e una quadrata), con attorno un fossato di tre metri. L’opera è menzionata per la prima volta dallo storico Strabone nel I secolo a.C. e, in tempi recenti, si deve all’archeologo Flinders Petrie il suo ritrovamento all’inizio del secolo scorso. Per qualche notizia in più occorre attendere una decina d’anni, quando Naville inizia una sistematica opera di scavo. Ebbene, l’Osireion risulta coperto in parte da un basamento del limo (calcificato e condensato) del fiume Nilo d’età geologica non inferiore a ottomila anni, prodotto con le inondazioni. Questo composto può essersi prodotto solamente con delle inondazioni. Qui sorge un problema poiché, per rinvenire un periodo con simili caratteristiche nella terra dei Faraoni, occorre tornare indietro nel tempo e collocarsi all’incirca nel 9.000 a.C. A quell’epoca, per quanto ne sappiamo, non poteva esistere una civiltà tale da potersi prendere il merito di aver costruito l’Osireion.

È quindi interessante costatare, dai risultati delle ricerche sulle migrazioni umane nel Sahara orientale degli archeologi Stefan Kropelin e Rudolph Kuper dell’Università di Colonia, che proprio diecimila anni fa la regione del Sahara era una savana fiorita e “…con l’arrivo delle piogge monsoniche le popolazioni della valle del Nilo colonizzarono territori fino a quel momento inospitali… Alla fine del Pleistocene, 12.000 anni fa, il deserto sahariano era più esteso di oggi. Gli insediamenti umani erano concentrati intorno all’unica risorsa idrica accessibile, il Nilo. Nell’8.500 a.C. s’istaurò un periodo umido monsonico e nel giro di qualche secolo il Sahara si trasformò in una savana ricca di vita. Le popolazioni della valle del Nilo, sfruttando il clima propizio, colonizzarono i territori oggi distribuiti tra la Libia, l’Egitto e il Sudan. Per circa 2.000 anni, fino al 6.000 a.C. circa, il clima ha permesso la formazione di insediamenti stabili e lo sviluppo della pastorizia. Tra il 5.000 e il 3.500 a.C. si registrò un nuovo drastico cambiamento e le piogge monsoniche cedettero il posto all’aridità. Gli insediamenti furono abbandonati e le popolazioni tornarono nuovamente sul Nilo, dove formarono la civiltà faraonica.” (Le Scienze 458, ottobre 2006).

Insomma, ancor prima del drastico cambiamento climatico iniziato nel 5.000 a.C. che costrinse la civiltà egizia a ripiegare sulle rive del Nilo, anche tra il 10.000 e il 6.000 a.C. c’erano le condizioni ottimali per la nascita di una civiltà che avrebbe potuto realizzare grandi opere come la Sfinge e l’Osireion.

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