Civiltà megalitiche

CallanishLa presenza di megaliti nel bacino del Mediterraneo e in altre località europee, le cui datazioni in base ai progetti originali si fanno risalire anche all’VIII millennio a.C., consentono di delineare una civiltà itinerante dedita alla lavorazione di imponenti blocchi di pietra, ancor prima che fossero edificate le piramidi egizie e le ziggurat sumere.
Sicuramente una cultura marinara perché le costruzioni di cui parliamo si rinvengono in special modo sulle isole e sulle coste, disegnando un possibile tragitto che parte (o arriva, dipende dai punti di vista) dal Mediterraneo, lambisce le coste europee sull’Atlantico e giunge alle isole dell’Europa settentrionale. Con buona approssimazione è possibile riconoscere in questo percorso le vie marittime tracciate con successo dai Fenici almeno dall’inizio del I millennio a.C.
Per la gente artefice di queste costruzioni megalitiche, si può suggerire un’appartenenza a un gruppo generico di “popoli del mare” (paleoeuropei, pre-indoeuropei e mediorientali, presenti nel Mediterraneo orientale prima dell’arrivo degli Elleni e degli Indoeuropei storici), che può ragionevolmente aver realizzato le sue opere lungo i propri itinerari marittimi, evolvendosi in ramificazioni con stili diversi testimoniati da dolmen, menhir, cerchi di pietre e strutture piramidali.
I templi maltesi, essendo costruiti con pietre squadrate invece che con tecnica poligonale, è possibile siano un’evoluzione successiva o comunque parallela.
I Pelasgi potrebbero essere gli eredi dei primi misteriosi costruttori, che attorno al 3000 a.C. si radicarono fin nel bacino del Mar Nero, per poi emigrare quasi duemila anni più tardi in cerca di terre migliori, quando le acque del Mediterraneo tracimarono.
Strutture piramidali simili, che potrebbero essere attribuite ai Pelasgi, si ritrovano in Sardegna e Sicilia, a Guímar e sull’isola di Mauritius, senza tralasciare quel che resta delle fortezze megalitiche del Lazio e della Val di Susa.
Tuttavia, sappiamo ancora ben poco dei Pelasgi, poiché possiamo attingere solo da fonti classiche provenienti della Grecia, senza quindi la possibilità di verifiche incrociate, che ne parlano come di un popolo estinto da tempo.
Pur non avendo rilevanza scientifica, le ere astrologiche (determinate dal fenomeno astronomico della precessione degli equinozi, che determina la costellazione in cui il Sole si trova nel giorno dell’equinozio di primavera) in cui furono realizzate le opere megalitiche possono corrispondere a quelle dei Gemelli e del Toro, dalla metà del VII all’inizio del II millennio a.C., un periodo compatibile con le evidenze archeologiche.
Fra l’altro, molte di queste strutture presentano elementi orientati astronomicamente in tal senso, riconducibili alla religione stellare, al culto del Sole, del Toro Celeste e della Dea Madre, tenendo conto che i riti e le credenze collegate possono essersi modificati nel corso del tempo. Il culto solare monoteistico, secondo Giorgio Giordano, sarà “…un’evoluzione radicalizzante che poi porterà al monoteismo del dio ineffabile di matrice biblica.
Inoltre, in tema di diversità genetica degli attuali europei, è singolare che questa sia stata determinata dai successivi rimescolamenti avvenuti dal 6000 a.C. circa in poi, cui contribuirono anche i migranti scandinavi: una dispersione umana favorita dal crollo della Laurentide, la calotta glaciale a nord est del Canada, che causò l’innalzamento dei mari.
L’analisi dei crani di popolazioni pre – elleniche, appartenuti ai Pelasgi, ha mostrato caratteristiche simili riscontrate anche nei crani paleo europei; lo studio degli aplogruppi, invece, suggerisce una provenienza dall’area caucasica e dall’Asia Minore.
Migliaia di strutture megalitiche continuano a sfidare il tempo: solo in Gran Bretagna esistono almeno novecento antichi cerchi composti di pietre, legno o terra, alcuni nel raggio di appena venti chilometri da Avebury e Stonehenge, i più grandi e complessi di tutta Europa. Altre simili costruzioni si ritrovano a Carnac in Bretagna, a Malta e a Creta, in Sardegna, sulle isole Baleari e sulle Cicladi.
La funzione di questi megaliti è stata spesso associata, come accennato, a pratiche religiose legate al culto del Sole, della Luna e di altri corpi celesti, o ancor meglio a esigenze agricole per determinare i tempi della semina e della raccolta del grano: infatti, grazie a un qualche indicatore (la cima di una montagna o lo spiazzo di una valle) potevano servire per calcolare il tempo osservando i mutamenti del cielo.
A parte le difficoltà di spostare questi ingenti massi per poi posarli con perizia, le osservazioni astronomiche, per ottenere risultati soddisfacenti, avrebbero dovuto impegnare molte persone a tempo pieno per diverse generazioni, senza nemmeno l’uso della scrittura. Già solo la forza lavoro impiegata per la realizzazione di queste grandiose opere pubbliche avrebbe dovuto comportare lo stoccaggio organizzato delle eccedenze alimentari e, soprattutto, imprescindibili motivazioni dettate da un potere centrale fortemente coeso.
Rimandando ad altri testi per la descrizione completa del sito di Stonehenge (“Tracce d’eternità”, 2009) e per le conoscenze astronomiche dei nostri antenati (“Oltre i portali nel cielo”, 2013), qui ricorderemo che alcune pietre, quelle caratterizzate da un colore grigio/azzurro, sono composte di solfato di rame e provengono da Preseli Hills, sulle montagne del Galles sud occidentale, a una distanza in linea d’aria di duecento chilometri.
Se è possibile far risalire il primo progetto di Stonehenge all’VIII millennio a.C., quando furono costruiti quattro pozzi mesolitici con dentro pali di legno a circa duecento metri dal sito, potremmo sospettare che la civiltà megalitica affondi le proprie radici almeno alle soglie del Neolitico, come pare testimoniare il tempio di Gobekli Tepe in Anatolia.
Il fenomeno va di pari passo con una sempre più attenta osservazione dei fenomeni celesti, che spesso esula dalla semplice ricerca di informazioni per le colture agricole, e s’interseca con il culto del Toro sacro e della Dea Madre, con un retaggio di misteriosi ancestrali navigatori, forse una razza con crani dolicocefali, che continuava a lasciare tracce del loro passaggio soprattutto nell’area del Mediterraneo.

La civiltà megalitica che dal VI millennio a.C. iniziò a ridisegnare la geografia sacra del continente europeo, ebbe il suo apice sull’isola di Malta tra la metà del IV millennio a.C. e la metà del millennio successivo. In quel frangente alcuni di questi costruttori devono aver lasciato l’isola della Dea per disperdersi in tutto il bacino del Mediterraneo, come dimostrano le evidenze archeologiche finora raccolte.

La tecnica costruttiva si andava affinando, senza peraltro mai raggiungere i livelli eccelsi primordiali.
L’origine di questa magnifica civiltà deve per forza ricercarsi alla fine dell’ultima era glaciale, cioè all’inizio del Neolitico e in coincidenza della nascita dell’agricoltura, quando gli agricoltori dell’Anatolia si diffusero, anche per mare, un po’ dappertutto. Le genti che giunsero velocemente anche in Gran Bretagna e Irlanda, recavano in grembo il germoglio di quello che diventerà il popolo dei megaliti.

Ulteriori dispersioni umane, che segnano di fatto anche la fine della civiltà megalitica, sono attestate nel III millennio a.C., sempre in base alle diversificazioni degli aplogruppi, con l’arrivo in Europa di popoli provenienti dall’Anatolia, dal Medioriente e dall’Africa. Anche questa migrazione può essere spiegata con fenomeni correlati a modifiche dell’ambiente, provocate da mutate condizioni climatiche: l’innalzamento del Golfo Persico nel 3500 a.C., l’allagamento della piana di Sumer e l’erosione di chilometri di coste possono davvero aver convinto i nostri antenati a cercare nuove terre.
Sarà proprio l’incrocio tra gli agricoltori del Medioriente e i cacciatori-raccoglitori paleo europei a determinare le caratteristiche genetiche di buona parte dell’attuale popolazione dell’Europa occidentale. In uno studio pubblicato nel 2013 sulle pagine di “Nature”, Wolfgang Haak dell’Australian Centre for Ancient DNA dell’Università di Adelaide conferma che dall’analisi del DNA mitocondriale ciò accadde intorno al 2800 a.C.

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