Dei, uomini e bestie

Destruction_of_LeviathanIl dominatore dei mari…il suo corpo è costituito come di scudi fusi insieme, composto di squame che combacino: l’una con l’altra è congiunta, neppure un soffio passa fra loro; l’una all’altra aderisce, e si tengono in guisa da non separarsi. Il suo starnuto è uno splendor di fuoco e gli occhi suoi come le ciglia dell’aurora; dalla sua bocca escono faci, come fiaccole di vivo fuoco; dalle sue froge vien fuori fumo, come da caldaia accesa e bollente; il suo soffio accende tizzoni, e una vampa esce dalla sua bocca. Le membra delle sue carni sono compatte…Quand’esso si rizza tremano gli Angeli…Fa bollire come caldaia il profondo mare, lo riduce come un vaso d’unguento che spuma: dietro a lui risplende il sentiero…al suo interno grandi lampade sono sospese…” (Giobbe 41,1–20/24-27). La mostruosa figura che Giobbe cerca, in tutti i modi, di rappresentare ai posteri, sfugge a ogni comprensibile spiegazione. Si tratta di una mastodontica e invincibile creatura marina, plasmata, assieme ad un altro esemplare femmina, da Dio nei giorni della creazione. Si narra che, in seguito, il Signore fu costretto a sopprimere la femmina per evitare che i due Leviatani, bestie assai potenti, procreando, divenissero padroni del mondo intero. Ancor prima della Bibbia – dovremmo forse dire, visti i precedenti, ‘come sempre…’ -, la figura mitologica del Leviathan trovava ampio spazio nel mondo fenicio (resa come una nube tempestosa che sconfiggeva il dio Baal) e, soprattutto in quello babilonese (qui era il dio Yahvè che si serviva della bestia, da lui stesso creata, per dominare i mari). Secondo i dettami contenuti nei Libri Profetici della Bibbia (si legga, in proposito, Isaia 27, 1), il Leviathan, infine, verrà ucciso dal Signore per mezzo di una “spada dura, grande e forte”. Non entriamo nel merito di quest’atroce delitto (non è pur sempre il padre che uccide un figlio?) perché a noi il Leviathan interessa per la descrizione che ne dà il buon Giobbe che, senza volerlo, ci introduce nell’impressionante bestiario che i nostri avi utilizzavano per rappresentare le divinità.

Un serpente di sapienza L’immagine del serpente, associata generalmente alle divinità e ai luoghi di culto, ricorre considerevolmente in ogni parte del mondo e trova diretto riscontro nei racconti mitologici. Nonostante il suo aspetto riluttante, è il simbolo della sapienza e della conoscenza. È rappresentato in modi diversi: a spirale, nel segno dell’infinito, rigido, alato o rostrato. La forma della spirale fa pensare alle galassie, che solitamente così si presentano e d’altronde questo simbolo, in tempi antichi, era associato sia alla creazione sia all’universo. La simbologia rigida, come pure quella alata e rostrata, è invece una particolare prerogativa del dio considerato “civilizzatore”. Gli dèi, questi esseri illuminati che accesero la scintilla nel genere umano, erano spesso identificati nel “popolo dei serpenti”, come narrano le cronache americane circa l’arrivo per mare dei colonizzatori provenienti dalla mitica Aztlan. In India si ricordano i serpentiformi Naga che crearono l’universo mentre i Fenici chiamavano il serpente Agathodemon e la parola, in realtà, deriva dall’unione di due termini greci col significato letterale di “genio buono”. In Egitto gli corrispondeva Kneph, associato alla fecondità, quindi simbolo primario del Nilo: considerandolo l’ispiratore del mondo, era rappresentato con il corpo di rettile, la testa dello sparviero e gli arti come gli uomini. Il dio sumero Enlil era, guarda caso, considerato “Il serpente con gli occhi splendenti” e la sua consorte, la dea Ninlil, non c’era dubbio, “la signora serpente”. Lo stesso padre di Mosè, tale Amram, aveva a che fare con i cosiddetti Vigilanti e uno di essi (l’altro era Michele, principe della luce) aveva l’aspetto di un serpente: si trattava del principe della tenebre, Belial. Anche lui deve forzatamente farci pensare a un rettile col suo viso allungato e sottile e gli occhi obliqui di colore giallo acceso. Infine, l’angelo caduto Lucifero appariva in tale veste nell’episodio della tentazione di biblica memoria, in cui Eva raccoglieva, guarda caso, proprio il frutto proibito della conoscenza. Non appare fuori luogo rammentare che l’usanza di deformare i crani dei neonati, allungandoli soprattutto con l’applicazione di stretti bendaggi, era una di quelle bizzarre tradizioni oggi riscontrabile in tutto il pianeta: si voleva forse assomigliare, anche solo fisicamente, agli dèi serpentiformi? Testimonianze in tal senso ci vengono, ad esempio, dai ritrovamenti a Merida, Ica e Abido.

L’impressionante bestiario Il serpente non è l’unico animale che incontriamo nelle leggende o vediamo stilizzato nelle megalitiche costruzioni dei nostri antenati. Infatti, dobbiamo annoverare, in questo incredibile zoo del passato soprattutto fiere quali la tigre, il giaguaro e il leone, tutti felini che sembrano rappresentare, ad ogni latitudine, le sembianze degli dèi che solcavano il cielo con i loro “uccelli di fuoco”. Se gli Olmechi conoscevano gli “uomini-giaguaro”, i popoli stanziati in Mesopotamia, ma anche a Creta e in Egitto, raffiguravano le divinità prendendo a prestito le sembianze del leone. In Egitto la dea Hathor, che Ra trasforma nella malefica Sekhmet per distruggere il genere umano, era rappresentata con testa leonina ed era associata al potere del Sole. In Cina, invece, era in voga la tigre, come pure tra i Maya. Come vedete, il fatto di descrivere gli dèi con simili fattezze, o perlomeno in quelle di esseri ibridi, non era legato al caso, altrimenti non ci troveremo, oggi, ad avere similitudini così evidenti. Questa iconografia, girando il mondo, è veramente spaventosa se non grottesca. Ne nascono creature di là da ogni immaginazione, in cui i nostri antenati volevano rappresentare, sovente, le qualità fisiche unite a quelle soprannaturali proprie degli dèi. Il Guardiano della Luce Huma, divinità persiana di quasi 3000 secoli fa, era rappresentato come il mitologico grifone, ossia con la testa dell’aquila ed il corpo del leone. Sefert, che aveva il compito di badare alle membra del dio Osiride, era munito di corpo leonino mentre il capo era di un falco. Qui, beninteso, non si tratta di mera rappresentazione artistica bensì, a nostro parere, di un chiaro e inequivocabile riflesso d’idee e credenze, sia culturali sia religiose, con l’intenzione ultima di fornire un’immagine, seppur semplificata, di tutte quelle forze elementari che sfuggono al controllo dell’uomo. Così facendo chi ci ha preceduto, in un contesto temporale che possiamo solo lontanamente immaginare, voleva descrivere l’aspetto fisico delle divinità ma, nel contempo, metterne in evidenza le qualità. Leone, giaguaro e tigre appartengono alla categoria dei felini carnivori e non per niente sono muniti di denti e artigli lungi e affilati. Le caratteristiche sono numerose: questi mammiferi sono silenziosi, furtivi, forti, abili, con un acuto senso dell’olfatto, vedono nell’oscurità, sono in grado di attaccare le loro prede in quasi tutti gli elementi.

Gli uomini giaguaro… Una sorta di creature impossibili gli “uomini-giaguaro”, che, come abbiamo accennato, appartengono alle credenze degli Olmechi. Secondo il parere di alcuni esperti, rappresentavano esseri soprannaturali ed erano effigiati un po’ dappertutto: gli dèi così rappresentati devono essere stati i primi in assoluto e con tali fattezze erano adorati dagli indigeni del posto. Rappresentavano il potere dei regnanti e, al contempo, il concetto di fecondità. Non per niente i signori, per proclamare una relazione mitica con quest’animale, si abbigliavano con le sue pelli e, come dimostra l’arte pittorica murale rinvenuta in numerose località della Mesoamerica, i piedi erano sostituiti con gli artigli. Il giaguaro è il più poderoso tra i felini del continente americano e con il puma e l’ocelot è la figura più rappresentata dalle civiltà precolombiane. Non per niente la prima epoca del mondo, il cosiddetto primo Sole, per gli Aztechi era anche quella dei “Quattro Giaguari”, associata a Tezcatlipoca, in cui la terra era abitata dai Giganti: quando Quetzalcoatl colpì con un pugno il suo “parigrado”, provocò la fine di quel ciclo e il nostro pianeta fu divorato dai giaguari.

…e quelli pesce Anche gli uomini e le donne “pesce” colorano, a pieno titolo, le leggende degli antichi popoli. Questi stranissimi personaggi, spesso descritti come esseri acquatici, sono, infatti, rammentati come i precursori della civiltà. La donna-pesce Orejona, nelle leggende della gente andina, è la madre del genere umano. Le antiche cronache narrano che discese dal cielo con un’imbarcazione luccicante come l’oro e si fermò nelle vicinanze dell’isola del Sole, sul lago Titicaca. Questa dea anfibia, oltre che bellissima, ci è stata tramandata come una donna a testa conica, con i piedi e le mani a quattro dita palmate come fosse una specie di pesce. Derivava il suo nome da una particolare caratteristica, l’avere cioè delle grandi orecchie, e proveniva, a suo dire, dal pianeta Venere, e lì pare tornò quando decise di andarsene. La mitica donna è, fra l’altro, effigiata sulla Porta del Sole, lo stupefacente megalite di Tiahuanaco, nel mentre discende per creare il genere umano. Gli uomini-pesce Oannes (in siriano antico “stranieri”), dalle notizie che abbiamo, comparvero invece in maniera simultanea nell’area del Golfo Persico e del Mar Rosso. Per quanto ci ha lasciato scritto lo storico Beroso nel III secolo a.C. queste creature dovevano essere veramente disgustose alla vista, tanto da essere soprannominate “annedotoi” (ripugnanti). Prontamente divinizzati dagli antichi popoli della Mesopotamia, avevano il corpo di un uomo ma anche di un pesce e sono descritti muniti di due teste: quella a fattezze umane era posta sotto quella di pesce (ci pare di capire, quindi che indossassero un particolare copricapo o…scafandro!). Sotto la coda anfibia, inoltre, dipartivano due piedi d’uomo e le parole che pronunciavano erano comprensibili al genere umano. Di giorno insegnavano la civiltà ai terrestri ma al tramonto tornavano nel loro habitat naturale, il mare. Al pari di altri strani esseri erano inizialmente discesi dal cielo, a bordo di quello che è stato tramandato come un “uovo cosmico” o “perla luccicante”. Così anche per i Dogon, che sostengono di aver ricevono la conoscenza, in tempi remoti, da una divinità acquatica scesa dalle stelle, poi ricordata come Nommo. Per quello che raccontano, questo fantomatico Nommo è assai simile a Osiride e a Gesù: infatti, le leggende di questo popolo ci dicono che, oltre a dividere il proprio corpo fra gli uomini per nutrirli, fu infine crocefisso su un albero per poi resuscitare. E’ giusto fare un cenno ai leggendari Kappas che, in Giappone, sono ricordati come simili all’uomo ma decisamente deformi: i cosiddetti “uomini dei canneti”, che si muovevano a bordo di “conchiglie volanti”, avevano, infatti, arti palmati, teste sottili, occhi triangolari e orecchie grosse. Quello che impressiona maggiormente nella loro descrizione, così come è propinata dall’archeologo e storiografo giapponese Komatsu Kitamura, è che in testa indossavano un ben curioso “cappello”, munito di quattro lunghi aghi e qualcosa simile ad una proboscide che, partendo dal naso, terminava in una specie di gobba sulla schiena. Provate a immaginare…

Gli uccelli di fuoco L’uccello è da sempre la personificazione del volo, a conferma che gli dèi avevano senz’altro questa bella prerogativa. Tra gli uccelli il curioso primato va senz’altro assegnato all’aquila, seguita a ruota dal falco e dallo sparviero: anche il condor è ben rappresentato, pur tuttavia la sua presenza simbolica si limita alla Mesoamerica. Fateci caso, quelli che abbiamo menzionato sono tutti rapaci e sono tra i più implacabili, una sorta di cacciatori. L’aquila, da sempre riconosciuta come il re degli uccelli, nel corso della storia ha degnamente rappresentato il potere e non per niente una testa bianca effigia ancor oggi gli Stati Uniti mentre una d’oro era l’emblema delle legioni romane. Non possiamo quindi stupirci di ritrovare quest’animale anche nella simbologia degli antichi popoli. Il falco e lo sparviero sono di taglia più ridotta, quindi più agili nei movimenti, soprattutto nell’attacco ravvicinato. Gli dèi erano quindi descritti e raccontati anche con le sembianze di questi uccelli, associati ad eventi della natura come il tuono o il fulmine.

Il serpente piumato Fra le tante raffigurazioni quella che ci ha colpito maggiormente è certamente “il serpente piumato” di Quetzalcoatl o Kukulcan, il dio (così simile al Virachoca degli Incas) venerato da Toltechi, Maya ed Atzechi, la cui figura appare per la prima volta nell’iconografia immortalata a Teotihuacan, la mitica “città in cui nascono gli déi”. Mai una rappresentazione appare così sintomatica delle caratteristiche della divinità: la sapienza del serpente e la prerogativa del volo sono qui espresse in un’idealizzazione estrema che non lascia alcun dubbio interpretativo.

Verosimilmente, alla luce di quanto sinora disquisito, non dovremmo avere difficoltà insormontabili ad accettare termini quali “uccelli di fuoco”, “uccelli tonanti”, “carri celesti”, “vascelli infuocati” o “barche solari”, che annotiamo dai testi mitologici di ogni dove, tanto più se l’immagine è accostata agli agenti atmosferici più comuni. La spiegazione per questo e altri ancestrali (a volte confusi) ricordi appare estremamente semplice: i nostri avi hanno descritto, come meglio potevano, queste “divinità” dispensatrici di conoscenza, giunte su questo pianeta a bordo di apparecchi volanti. Tuttavia, in questo frangente storico e nel contesto della società in cui viviamo, siamo ben consci dell’impossibilità che tali “informazioni” possano essere avvalorate, soprattutto per le devastanti conseguenze che produrrebbero. L’obiettivo, per il momento, sarà quindi di continuare a raccogliere questa moltitudine d’indizi per far riemergere, dalle maglie del nostro passato, una verità certamente scomoda ma degna di essere raccontata ai nostri figli.

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