Sulla strada di Damasco

Caravaggio-The_Conversion_on_the_Way_to_DamascusIl tardo apostolo Paolo, per intenderci quello della celebre conversione, prima di passare alla fede cristiana si chiamava Saulo di Tarso ed era a pieno titolo un cittadino romano. Le sue vicende, stranamente, sono molto simili a un personaggio greco vissuto nella stessa epoca, tale Apollonio il Nazareno, tanto da far ipotizzare un ripescaggio degno del miglior complotto che sia mai esistito.

Paolo fu tacciato dai primi cristiani, durante la sua predicazione a Tarso e dintorni (anni dopo la morte di Cristo) di aver estromesso la figura di Dio dall’insegnamento e aver instaurato il culto di Gesù. E qui, la figura divinizzata del Cristo, quella che emerge dalle Sacre Scritture, è davvero troppo simile ad altre divinità del mondo antico: si tramanda che anche Adone, Dumuzi e Attis, per fare qualche nome, compissero miracoli, terminando la vita terrena con la resurrezione. Ma anche la circostanza di essere nato da madre vergine non è prerogativa del Salvatore, tanto che anche Attis, Krishna e Dioniso passarono così alla storia. Non abbiamo dubbi che siffatta particolarità possa aver contribuito non poco a far lievitare gli adepti di ciascun culto. Come avremo modo di vedere, le similitudini non finiscono qui.

Stando ad alcuni studiosi che si sono dedicati alla lettura critica dei testi sacri, come ad esempio Robert Eisenman, è in questo periodo che, proprio grazie a Paolo, prendono piede gli elementi miracolosi attribuiti a Gesù, quindi le “responsabilità” dell’apostolo sono senz’altro notevoli. Le affermazioni attribuite a Paolo sono poi in completo contrasto con i dettami del Cristianesimo di Giacomo, imperante in quel di Gerusalemme. Tale situazione trova ampio riscontro dalla lettura degli Atti degli Apostoli (soprattutto il Vangelo di Luca): Paolo è richiamato diverse volte a Gerusalemme, al cospetto dei sacerdoti del Tempio, per giustificare il suo operato e per eseguire periodi di “purificazione”. Dopo essere stato salvato dai Romani, è condotto infine nella Città Eterna per essere processato. A quel punto di lui si perdono le tracce ed anche i testi sacri risultano discordanti, se non fortemente evasivi.

C’è da chiedersi se tutto ciò avesse il fine ultimo di creare, ex novo, un personaggio (recante con sé un preciso messaggio medianico) che potesse far breccia tra la gente e contrastare in qualche modo gli altri culti imperanti all’epoca. Non è una novità che, da sempre, tutte le religioni abbiano fatto largo uso di “effetti speciali” per convincere il popolo della bontà del proprio dire, nella speranza che l’immaginazione (o la credulità) popolare potesse fare il resto. Pensate alla grandezza delle piramidi e dei templi, allo sfarzo del vestiario dei sacerdoti, al gioco di luci e alla musica. Ma qui, tralasciando volutamente tutta una serie di indizi che ci porterebbero inevitabilmente a demolire la veridicità storica della figura dell’apostolo (e qui sorgerebbe veramente un problema di fondo), occorre sicuramente disquisire sul fatto che dalla diaspora di Paolo è sostanzialmente nato il Cristianesimo, così come lo viviamo oggi, con le sue inevitabili contraddizioni. Da allora si è creata una netta frattura con la religione ebraica, quella delle origini, postulata da Giacomo e dai suoi seguaci nel Tempio.

Non si comprende come abbia fatto Paolo a discostarsi così tanto dagli insegnamenti iniziali, considerando che non ebbe neppure modo di conoscere il figlio di Dio, mentre Giacomo, colui che entrò in aperto dissidio con lui, oltre ad essere il capo della Chiesa di Gerusalemme, era definito il “fratello di Gesù” e lo avrebbe addirittura conosciuto di persona. Chi meglio di Giacomo poteva raccontare le vicende attribuite a Cristo?

Nonostante la frammentarietà degli Atti della Chiesa cattolica, per la vicenda in questione abbiamo qualche informazione in più dai Rotoli del Mar Morto, una raccolta di testi rinvenuta quasi intatta, nelle grotte di Qumran, dal 1947 in poi. Gli studiosi fanno risalire questa documentazione al I secolo della nostra era e il metodo di datazione C-14 convalida grosso modo questa asserzione, attestandosi al 33 d.C. I manoscritti sono opera della comunità giudaica degli Esseni, la cui setta si discostava dall’insegnamento ebraico proveniente dal Tempio. Quanto indicato in questi scritti è illuminante per la comprensione della Bibbia ma getta luce anche sulla vita di Gesù. Nel Commento ad Abacuc, dove si narra della vita del “Maestro di Giustizia”, correttamente identificato in Giacomo, incontriamo il suo avversario, “L’uomo della menzogna”, e non è difficile, per il proprio percorso di vita, far coincidere questo personaggio con Paolo. Le affermazioni contenute nei rotoli trovano ampia conferma non solo negli Atti degli Apostoli ma anche negli scritti di storici del calibro di Giuseppe Flavio, per dirne uno.

Mettere in discussione la figura di Paolo, indiscusso precursore del Cristianesimo, ci conduce inevitabilmente a occuparci criticamente anche dell’esistenza di Gesù. Similmente, gli avvenimenti che interessano altri culti religiosi, ma anche una vasta fetta della società civile, possono prestarsi a una lettura dissimile da quella che conosciamo. L’interpretazione diversa, a volte anche completamente difforme che può interessare un determinato accadimento è in grado di provocare ripercussioni di inaudite proporzioni. Consci del rischio nel percorrere questa strada, pericolosamente disseminata di ostacoli, cercheremo allora di raccontare l’origine primitiva dei riti, cominciando dal battesimo, che era già in voga tra i sacerdoti egiziani che adoravano la dea Iside: millenni prima del Cristianesimo, insomma.

La pratica del battesimo non si discostava poi tanto da come la possiamo intendere ancor oggi: dopo una certa preparazione, l’iniziato veniva immerso in acqua e, facendo ciò, le colpe del passato venivano di colpo cancellate. Con il battesimo, sostenevano i sacerdoti della dea, si riceveva in premio la vita eterna, a patto di rispettare tutte le regole prescritte dalla religione. A parte gli egiziani, che per quanto ne sappiamo furono i primi a rendere istituzionale questo rito iniziatico, anche gli adepti del dio Attis e quelli del dio Marduk, così pure in Grecia con Dionisio e Demetra e in Persia con Mitra, avevano cerimonie del tutto simili se non identiche. Ogni volta, di diverso, c’era solamente il nome della divinità, ma ognuna dispensava, comunque, la salvezza e la vita eterna, grazie alla resurrezione. Spesso, pur essendo in competizione tra loro, pur di ammaliare più fedeli possibili ogni culto tollerava di buon grado gli altri, tanto che le diverse divinità potevano coesistere tranquillamente anche in un unico tempio. Se col battesimo si ripuliva, per così dire, la fedina dell’iniziato, rimaneva da vedere come poter concedere il dono dell’immortalità, prerogativa delle divinità e non dell’uomo. Ecco allora ripescata e rielaborata, la primitiva credenza che, mangiando la carne e bevendo il sangue del nemico ucciso in battaglia, si acquisiva la sua forza. Da lì, identificando un animale con un dio, il gioco era fatto: durante la cerimonia, la bestia veniva uccisa ed i fedeli potevano aspirare alla chimera dell’immortalità. Col passare del tempo, per rendere più accettabile il rito, al sangue si sostituì il vino rosso: anche in questo caso, occorre parlare dei sacerdoti egiziani come precursori in materia, almeno quindici secoli prima di Cristo. Per ciò che concerne, invece, l’introduzione del pane in quello che, da sempre, si definisce sacramento eucaristico, il merito va attribuito alla classe sacerdotale di Dioniso, dio assimilato, guarda caso, alla fertilità e al grano. Tutto sembrava andare per il verso giusto, sennonché, qualche fedele cominciò a dubitare della veridicità di quanto andavano dicendo questi sacerdoti. Ci si chiedeva, soprattutto, come potesse una divinità concedere all’uomo l’immortalità se, essendo tale, non aveva mai patito la morte e, di conseguenza, non aveva sperimentato la resurrezione. Inizialmente anche il Cristianesimo insegnava la reincarnazione, predicata da Gesù, ma il Concilio di Costantinopoli del 553 d.C. ne decretò l’abolizione. Un po’ tutte le religioni pagane cominciarono a far scendere le proprie divinità sulla terra, giustificando l’avvenimento come necessità di far conoscere al genere umano i dettami del credo: ecco, quindi, la nascita dei “predicatori” che, a un certo punto della loro esistenza terrena, subivano la persecuzione da parte degli infedeli, fino alla condotta a morte. Dopo tre giorni di permanenza negli inferi, il dio resuscitava per ricongiungersi al suo mondo d’origine. Preferibilmente, questo avveniva in concomitanza della primavera, da sempre legata alla rinascita della natura. I testi mitologici, a questo punto, proseguono nella narrazione chiamando in causa l’attesa spasmodica del giudizio universale, momento in cui la divinità sarebbe tornata sulla terra per giudicare i vivi ed i morti. Questo fantomatico ritorno è comune a tante religioni.

Il dio babilonese Marduk, come recitano gli antichi testi, fu catturato e abbigliato in modo tale da poterlo deridere: a parte la tunica di porpora, infatti, sulla mano gli fu messa una canna come fosse uno scettro mentre sulla testa una corona di foglie di acanto. Processato e condannato a morte poiché si professava dio, fu colpito al petto con una lancia e dalla ferita ci fu una fuoriuscita di liquido bianco. Quest’ultimo particolare, per i suoi seguaci, era l’evidente prova della morte a cui seguiva la resurrezione. Similmente, quanto detto per Marduk vale per gli dèi Adone, Attis, Cibele, Serapo, Demetra, Mitra e Istar. Dopo i fatidici tre giorni trascorsi negli inferi, tutte queste divinità ascendevano, nuovamente, a vita eterna. Nel sepolcro vuoto di Attis si rinvenne, secondo i testi sacri, un lenzuolo che aveva avvolto il suo corpo (la prima Sindone di cui si abbia notizia). Questa storia va avanti da millenni, riciclata da precedenti culti che si perdono davvero nella notte dei tempi.

Negli anni Settanta del secolo scorso, si rinvenne il vangelo di Giuda Iscariota, considerato dai testi canonici il traditore del Messia. Il contenuto di questo scritto, che fu reso noto al grande pubblico solamente qualche anno fa, dopo innumerevoli traversie e non prima di aver incaricato una squadra multidisciplinare di studiosi (tra i quali Tim Jull che col metodo C-14 ne determinò una datazione tra il 240 e il 320 d.C.) di effettuare le necessarie verifiche, è quanto di più eccezionale potevamo sperare di leggere. Scritto attorno al 150 d.C. e subito condannato come apocrifo e privo di fondamento dagli uomini di Chiesa, questo misterioso manoscritto, nella versione redatta in antica lingua copta giace dimenticato assieme ad altri per circa duemila anni all’interno di una grotta sepolcrale sulle sponde del Nilo, nelle vicinanze del villaggio di Qarara. Il testo racchiude una minuziosa descrizione degli ultimi giorni di Gesù, ma nulla a che vedere con quanto finora raccontato dalla Chiesa, tanto da mettere in seria discussione il Nuovo Testamento (come era già accaduto per l’Antico dopo la traduzione dei manoscritti rinvenuti a Nag Hammadi). Qui il traditore Giuda diventa un vero eroe perché è il discepolo preferito dal figlio di Dio. Solo lui è reso partecipe delle più incredibili conoscenze mentre gli altri sono tenuti all’oscuro. Cristo addirittura è l’artefice del proprio destino, quindi della propria morte, tanto da pianificarla in ogni dettaglio e per fare questo si avvale proprio dell’opera del discepolo più malvisto che la storia ricordi. Una specie di complotto, quasi una congiura, per far sì che accada regolarmente quanto avevano sentenziato le sacre scritture secoli prima dell’avvento del Salvatore. In questo vangelo, a differenza degli altri, la morte e la resurrezione del corpo non rivestono particolare importanza, portando studiosi come Bart Ehrman ad affermare che non si parla di resurrezione perché Gesù non risorgerà e di conseguenza il corpo non tornerà alla vita, ma solo lo spirito continuerà a vivere.

Gesù, per quanto ne sappiamo, è un personaggio che sfugge a qualsiasi interpretazione. Della sua vita, soprattutto della sua infanzia, non abbiamo davvero le informazioni sufficienti per poterne delineare, perlomeno, le linee guida che lo portarono a essere quello che viene tramandato come Messia. Filone, uno scrittore vissuto in quel periodo, nei suoi scritti, incredibile ma vero, non fa menzione assoluta del personaggio. Anche altri autori dell’epoca, che ci hanno riferito fatti storici avvenuti in Palestina, sono completamente carenti in materia. Per certi versi, non potendo riporre la massima fiducia sul contenuto della Bibbia (pur sempre di mitologia si tratta), dobbiamo per forza di cose rifarci a coloro che troppo somigliano a Gesù. In sostanza, dall’analisi di una pluralità di fonti, con ogni possibile prudenza (la documentazione rinvenuta e citata nel testo, proprio per la conoscenza criptica di cui è permeata, può essere soggetta ad interpretazioni talvolta dissimili), si può constatare che l’esistenza terrena di molti personaggi, quasi tutti gravitanti nell’entourage della religione, non è storicamente documentata. Gli aspetti controversi del nostro passato ci inducono a ritenere, una volta di più, come sia difficile giungere alla comprensione degli avvenimenti che si sono succeduti nel tempo, in particolar modo quelli risalenti a migliaia di anni fa. Sarà quindi necessario mantenere un costante spirito critico riguardo le narrazioni storiche, compresi i miti naturalmente, perché la Storia è sempre stata scritta da postulanti e vincitori.

Crediti immagine

Questa voce è stata pubblicata in Mitologia, Religione. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...