Orione, Gilgamesh e… Osiride

gilgamesh-toroOrione (Urione per i Sumeri) ricorre spesso nelle testimonianze dei nostri antenati. Non poteva essere altrimenti, poiché questa costellazione è una delle più splendenti del cielo. Questo gruppo comprende numerose stelle, tra cui sette particolarmente brillanti: tra queste anche le due supergiganti Betelgeuse e Rigel e quelle citate nella teoria di Bauval.

Orione è graficamente rappresentato come un guerriero, la cui figura è ben delineata da queste stelle: Betelgeuse e Bellatrix sono le spalle, Rigel e Saiph i piedi, Alnitak, Alnilam e Mintaka la cintura; alcune delle stelle meno luminose rappresentano lo scudo (quelle comprese tra il quadrilatero e Aldebaran), e la spada o il bastone (quelle a nord, tra Gemelli e il Toro).

La Via Lattea è lì a due passi: Orione occupa entrambi i lati dell’equatore celeste, magnificando da sempre, con la sua lucentezza, gli abitanti del nostro pianeta, fin dall’inizio dei tempi.

Furono i Greci, nel V secolo a.C., a identificare questa costellazione con il bellissimo Orione, figlio di Euriale (figlia di Minosse, re di Creta) e di Poseidone (dio del mare). Grazie al padre, Orione poteva camminare sulle acque; in cielo era raffigurato con indosso una pelle di leone, in lotta con un toro (la costellazione vicina).

I Sumeri usavano associare questo gruppo di stelle con il mitico Gilgamesh, assegnandole l’appellativo di “luce del cielo”. L’accostamento di Gilgamesh con Orione non pare casuale: dalle tavolette rinvenute nel tempio di Nabu, a Ninive, e da quelle della collezione di Assurbanipal, apprendiamo che l’eroe, col fido Enkidu, andò vanamente in cerca dell’immortalità, e sappiamo bene che i regnanti egizi credevano di risuscitare in questa costellazione, riconoscendola dimora di Osiride.

Qualcosa di simile, grossomodo, a quel che successe a Orione che, accecato da Enopione di Chio e vagante in cerca della vista (l’immortalità?), è aiutato da Efesto, che gli pone a fianco Cedalione. La bellezza di Gilgamesh, che colpì tanto la dea Ishtar, è la stessa del figlio di Euriale e Poseidone narrata nella mitologia greca. Anche la lotta celeste con il toro rimanda al poema della Mesopotamia, poiché Ishtar, rifiutata, chiese al padre Anu di scagliargli addosso al Toro del Cielo. Ci pare notevole pure il fatto che la dea, in quella circostanza, minacciò di rompere i cancelli dell’oltretomba e liberare i defunti: l’inframondo, infatti, ricorre spesso anche in altri miti, sempre associato a Orione.

La battaglia che vediamo in cielo è descritta nei minimi dettagli nelle gesta di Gilgamesh, che dopo aver colpito mortalmente il Toro, ne scaglia le membra in cielo contro Ishtar: questa potrebbe essere anche la ragione per cui, nelle antiche mappe celesti, la costellazione del Toro è immaginata mancante della parte superiore. Come non vedere in questa scena il corpo squartato di Osiride, poi ricomposto da Iside nell’oltretomba?

È interessante rilevare come Gilgamesh sia l’equivalente del grande eroe greco Eracle che, pur non essendo associato a Orione, potrebbe comparire sotto quest’aspetto nella fatica di catturare il toro di Creta. Il mitico Orione, a volte, è raccontato all’inseguimento (poiché innamorato) delle sette figlie di Atlante e Pleione, cioè le Pleiadi: Zeus le spostò fra le stelle e Orione, da quel momento, invece che cacciatore o guerriero, diventò uno sconsolato inseguitore.

La morte di Orione, a quanto pare, sembra scaturire dal suo vanto di essere il più bravo cacciatore, in grado di piegare qualsiasi animale. La dea della caccia Artemide, per punire quest’arroganza, incaricò uno scorpione di pungerlo iniettandogli il fatale veleno. Questo spiegherebbe anche la disposizione in cielo, con Orione in fuga sotto l’orizzonte a ovest, perennemente inseguito dalla costellazione dello Scorpione sorgente a est.

In viaggio verso Orione Negli orologi stellari egizi del II millennio a.C., sono raffigurati i gruppi di stelle di Orione, dell’Orsa Maggiore e del Drago, con riferimenti anche a Sirio. La costellazione di Orione era considerata l’anima di Osiride, governante dei cieli e dell’Oltretomba, e può essere assimilata all’odierna costellazione del Toro. Sul soffitto del sepolcro di Senmut (sovrintendente di palazzo e tutore della figlia di Hatshepsut), a Deir el Bahari, sono rappresentati, oltre a quattro pianeti visibili, Sirio, Orione (con le tre stelle della cintura), le Iadi (stelle della costellazione del Toro) e un’altra figura, che potrebbe essere la nebulosa di Orione.

Robert Bauval, interpretando i testi funerari rinvenuti nella piramide di Unas (V dinastia, 2375-2345 a.C.), pose l’attenzione su alcune frasi sibilline in cui il sovrano afferma che il suo spirito è una stella, probabilmente Orione, come fanno intendere altri riferimenti. Orione era considerata la dimora di Osiride e le piramidi di Giza potrebbero essere, secondo Bauval, una rappresentazione terrena delle stelle di questa costellazione (Zeta, Epsilon e Delta), con la Via Lattea rappresentata dal Nilo, la cui inondazione annuale, annunciata dalla levata di Orione, coincideva con l’apparizione in cielo di Sirio, associata a Iside.

Quest’ultima dea, denominata anche Sothis, assieme a Osiride e Horus formava una trinità: gli egizi giustificavano i settanta giorni di assenza della stella con il passaggio di Iside attraverso l’oltretomba (duat). Non è un caso che la durata del processo di mummificazione sia proprio di settanta giorni. Con questo e altri particolari rituali, come la cerimonia dell’apertura degli occhi e della bocca, si realizzava la rinascita stellare dei sovrani, la cui origine pare predinastica e si perde necessariamente nel mito della rinascita di Horus in Osiride.

Secondo Il Libro dei Morti, gli Egizi credevano in una vita ultraterrena, con la resurrezione dei regnanti nella costellazione di Orione (dopo aver attraversato la Via Lattea/Nilo). Le piramidi dovevano riprodurre le stelle della costellazione di Orione, ma non tutte sono state rappresentate sulla piana di Giza: questo è purtroppo il grande limite della teoria propugnata da Bauval, che immagina un progetto risalente al 12.000 a.C., ancora in fase di realizzazione nel 2.500 a.C. (i corridoi e i condotti d’aerazione, infatti, a quell’epoca puntavano verso alcune stelle, comprese quelle di Orione).

Un fiume di polvere luminosa Eracle, nato dalla passione di Zeus per Alcmena, fu allattato, poiché creduto un trovatello, da Era, moglie del capo del pantheon. La foga dell’uomo che passerà al mito per le dodici fatiche, provocò l’uscita di uno zampillo di latte che in parte schizzò in cielo, trasformandosi nella Via Lattea. Così è il racconto dei Greci, sulla nascita della Via Lattea, da sempre indicata come il cammino delle anime e con i guerrieri trasfigurati nelle sue stelle. Era quello il percorso di Fetonte, a bordo del carro del Sole.

I Romani la immaginavano come la scia brillante di una nave e credevano fosse la strada dove c’erano le dimore degli dèi, la via da percorrere per ricongiungersi alla divinità suprema, ma anche la cerniera che tratteneva le due metà del cielo. Spesso la Via Lattea è stata rappresenta, assieme alle stelle più luminose, in un alter ego terrestre, sfruttando corsi d’acqua (il Nilo in Egitto) o costruendo esatti percorsi (il Viale dei Morti a Teotihuacan).La Via Lattea, così riprodotta, faceva parte di un grandioso progetto in cui l’uomo cercava di ricreare in terra quel che vedeva in cielo. Se le piramidi d’Egitto rappresentavano le stelle di Orione, quelle innalzate nella “città dove nascono gli dèi” raffiguravano, addirittura, quasi tutti i pianeti del nostro sistema solare.

Gli Accadi fantasticavano per questa scia di stelle un “fiume serpeggiante di polvere luminosa”, mentre gli Ebrei, con meno trasporto poetico, semplicemente un “fiume di luce”. Nell’America meridionale si credeva che queste stelle recassero acqua sia all’oceano cosmico (basamento del nostro mondo), sia alla Terra stessa. In Amazzonia, i nativi erano convinti della loro provenienza da quest’agglomerato di stelle. Intenti nella caccia, scavarono una tana per stanare la preda di turno e involontariamente aprirono un passaggio in cui videro una rigogliosa terra. Annodando sottili cordicelle, scesero dal cielo fino alla foresta amazzonica. Un bimbo recise quell’improvvisata fune, impedendo il ritorno alla casa madre. In questo meraviglioso affresco, la Via Lattea raffigura i fuochi accesi da chi è rimasto confinato in cielo, mentre le stelle isolate indicano altrettanti focolari accesi dai cacciatori, ancora intenti nella loro attività principale.

Sette sorelle in fuga Non deve stupire che le Pleiadi, come d’altronde Orione e Sirio, nell’antichità fossero ben conosciute anche da altri popoli, ad altre latitudini. Gli aborigeni australiani, nei racconti che si sono tramandati, le descrivono come sette ragazze in fuga da importuni cacciatori (le tre stelle della cintura di Orione), che per punizione pare siano stati addirittura castrati. Nelle Hawai, ancor oggi, queste stelle sono associate a Lono, divinità dell’agricoltura, che portava le piogge invernali quando in cielo le Pleiadi sorgevano al tramonto. Nei racconti degli indiani d’America Pawnee, la costellazione di Orione è il grande capo Lunga Fascia che conduce le stelle dei Gemelli, Castore e Polluce (che rappresentano il suo popolo) lungo la Via Lattea. Le Pleiadi, dopo la sua morte, sono la sua dimora, mentre una stella della costellazione del Cancro ospita il cuore del condottiero.

Le tre stelle che formano la cintura di Orione erano quelle che maggiormente attiravano l’attenzione dei nostri antenati: gli indiani Chinook vi riconoscevano una canoa, la gente della Mesoamerica, invece, i bastoncini per accendere il fuoco. Per i Lapponi non c’era dubbio che rappresentassero altrettanti cacciatori (figli di Galla) in caccia di una renna, come pure gli eschimesi, anche se al posto della renna scorgevano delle foche. In India la tradizione non è da meno, anzi, si fa più pregnante: la costellazione di Orione è il Signore delle Creature Praiapati, che sotto le spoglie del cervo Mriga insegue la figlia Roe Rohini (Aldebaran), con l’intervento provvidenziale del cacciatore Lubdhka (Sirio) che, scagliando una freccia, uccide il cervo (il corpo del quadrupede con la freccia è rappresentato dalla cintura di Orione). In Grecia erano così chiamate, collettivamente, le indovine di Dodona, incaricate di interpretare il movimento delle foglie di una quercia consacrata a Zeus. Una credenza degli Anasazi, tramandata dagli Hopi, narra della loro venuta da Orione e dell’attesa per una nuova creazione da “una fessura nella parte posteriore della Tartaruga Cosmica”, cioè le tre stelle della cintura di Orione. Forse per questo gli insediamenti degli Hopi nelle tre Mesas principali dell’Arizona, come scrive il ricercatore indipendente Gary A. David in The Orion Zone (Adventures Unlimited Press, 2006), se osservati dall’alto e congiunti formano sorprendentemente la costellazione di Orione. Il cielo è visto come il luogo ove sono accolte le anime dei guerrieri più coraggiosi, trasformate in stelle, mentre le altre si perdono nella Via Lattea. Orione, le Pleiadi e Venere ricorrono sovente nei racconti degli indigeni, associati ad altrettanti valorosi condottieri.

Inseguire un sogno I nostri antenati, presumibilmente dopo un lungo cammino teso alla comprensione del nostro pianeta e delle sue intrinseche energie, cominciarono a rivolgere lo sguardo alla volta celeste, inizialmente al Sole e alla Luna, costruendo templi megalitici che potessero, in qualche modo, segnare lo spazio e il tempo. Stavano mettendo in pratica quella consapevolezza – da sempre posseduta o ereditata – che avrebbe dischiuso i segreti del cielo e permesso il ricongiungimento con quella razza proveniente dalle stelle, da cui credevano di discendere.

Una classe sacerdotale che, depositaria di chissà quali conoscenze, giunse molto vicino alla soluzione dell’enigma, altrimenti non avrebbe ricreato in terra quel che sapevano accadere in cielo. Il fine ultimo era la ricerca dell’immortalità, la stessa vanamente inseguita da Gilgamesh, quella che continua a tormentare l’inquieta esistenza umana. Un’ossessione che attraversa i secoli, con i sovrani egizi che volevano risorgere in Orione, dimora del dio Osiride. L’ostacolo rimaneva sempre il Toro del Cielo, che come Giano sbarrava la strada. Forse si trattava dello stesso toro combattuto da Eracle a Creta, quel toro che sappiamo protagonista di un antico culto esteso in tutto il bacino del Mediterraneo, ma anche nelle profondità del deserto africano.

L’indomito Orione, impegnato nell’eterno inseguimento alle Pleiadi (le sette sorelle), simbolicamente è ancora l’uomo, che spesso si perde nelle tentazioni della carne, pur continuando a inseguire principi ben più nobili che possano farlo somigliare alla divinità. Quello scorpione che nel mito decreta la fine dell’esistenza di Orione, immagine disegnata in cielo dalla costellazione dello Scorpione che insegue sempre il nostro eroe, è la punizione per l’arroganza umana di volersi elevare senza averne le qualità e senza seguire un percorso iniziatico; è quindi si può spiegare con la morte terrena che sancisce il fallimento dell’uomo. O perlomeno il suo maldestro tentativo di raggiungere un obiettivo comunque riservato dagli dèi ai più meritevoli, se è vero che la Via Lattea è il cammino delle anime e ogni sua stella rappresenta un guerriero. Quella scia brillante che anche per i Romani era la strada che conduceva alle dimore degli dèi.

Venere, per la sua luminosità, poteva indicare il giusto cammino da seguire per la via alle stelle e il suo apparire in cielo, per gli aborigeni australiani, schiudeva il portale per comunicare con i defunti.

Sirio, una delle stelle più luminose del cielo notturno, oltre che guidare i naviganti, era considerata portatrice di sciagure e per i Dogon aveva a che fare con la perdita dell’immortalità da parte dell’uomo. Sarà per questo che veniva attentamente osservata e venerata in forme di culto, dettate probabilmente dalla paura. D’altronde, in India questa stella era immaginata come un cacciatore che con una freccia uccide il cervo, cioè Orione: quell’arciere assomiglia tremendamente allo scorpione…

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