Luoghi sacri e scuole iniziatiche

Nalanda_University_India_ruinsI nostri antenati avevano affinato una particolare abilità che, col passare del tempo, è andata irrimediabilmente perduta, assieme a tante altre: quella di saper localizzare con precisione quei luoghi in cui, a differenza di altri, si manifestavano eventi straordinari, spesso accompagnati da effetti benefici sul corpo e sulla mente. Non per niente in questi posti furono costruiti maestosi edifici in cui si praticava il culto degli dèi e la gente andava in pellegrinaggio per offrire doni propiziatori. Appare nella sua evidenza che qui si concretizzavano notevoli influenze positive.

Non è fuori luogo, allora, ipotizzare l’influsso determinante di un nodo della rete magnetica terrestre. Pur tuttavia, per quanto ne sappiamo, non esistono ulteriori studi specifici in materia e non disponiamo di una mappatura precisa della griglia geomagnetica terrestre. Di conseguenza, non siamo in grado di verificare se, effettivamente, molti luoghi considerati sacri fin da tempi remoti, risultano posizionati in corrispondenza dei punti di intersezione delle linee.

Il professore canadese Persinger, con i suoi ultra decennali studi di geofisica applicata alla neuropsicologia degli stati modificati di coscienza, ha fornito un contributo determinante al riguardo. Molti dei luoghi considerati sacri nell’antichità potrebbero, infatti, essere stati ubicati in corrispondenza, o quasi, di zone che generano anomalie geomagnetiche simili a quelle riprodotte in laboratorio durante gli esperimenti predisposti da questo studioso. Ecco perché i sacerdoti, stante questa spiegazione, quand’erano in determinati posti, potevano avere visioni o predire il futuro.

E’ stata individuata anche un’altra singolare correlazione, quella tra luogo sacro e movimenti tellurici. Ad esempio l’Oracolo di Delfi, che era posizionato sopra una faglia tellurica in una zona sovente soggetta a terremoti. E’ pur vero che le doti divinatorie della Pizia sono oggi spiegate con l’esalazione dell’etilene che fuoriusciva dalle falde del terreno ma queste ipotesi possono comunque convivere senza grossi problemi.

Nel 1920 Alfred Watkins notò, per primo, che molte strutture megalitiche dell’Inghilterra risultano perfettamente allineate l’un l’altra, tanto da formare delle ipotetiche linee rette che, a ben vedere, potrebbero essere portatrici dell’energia della terra. Queste direttrici sono state chiamate Ley lines, linee di prateria. Solitamente hanno una larghezza di due metri e, stando agli studi compiuti da Watkins, andrebbero ad incrociarsi tra loro formando una vera e propria griglia che attraversa l’intero pianeta. Secondo il parere dello studioso Martin Gray, nei punti di intersezione, spesso posti in corrispondenza di corsi d’acqua sotterranei o, comunque, chiare anomalie del suolo, si svilupperebbero dei centri di potere, da intendersi come luoghi in cui la latente energia della terra, grazie agli influssi dei corpi celesti, viene riattivata, quasi ridestata.

Con la predisposizione di pietre in verticale (menhir o dolmen), i nostri antenati avrebbero avuto la concreta possibilità di sfruttare tale energia, convogliandola in giusta misura. Oggi, in simili luoghi, ritroviamo le rovine di antichi centri di culto se non costruzioni a forte valenza religiosa. L’esempio più pregnante è sicuramente la cosiddetta Michael Ley Line, sulla quale, oltre agli edifici, sono disposti alcuni dei megaliti più conosciuti, come Avebury e Stonehenge.

Al giorno d’oggi non conosciamo appieno la religione che indusse i nostri antenati a costruire giganteschi monumenti di pietra in luoghi in cui ci sarebbe una concentrazione di forze magnetiche. Le pietre avrebbero avuto un ruolo di vitale importanza nei riti praticati. I giganteschi blocchi granitici di Stonehenge, di Baalbek e centinaia d’altri templi antichi venivano issati in posizione eretta poiché considerati accumulatori di potere magico. Il potere si imprigionava grazie a qualche misteriosa interazione tra le forze della Terra e quelle del subconscio.

A tal proposito è calzante la testimonianza che proviene dalla misteriosa Rapa Nui (l’Isola di Pasqua), dove gli indigeni raccontano di come i Moai si muovevano grazie al “mana” del mitico capo Tuu-ko-ihu, che faceva camminare le statue. È descritta come una forza magica che esercitava il suo potere dall’interno stesso delle statue, apparentemente senza interventi fisici dall’esterno. Francis Maziére ci dice che questa tradizione è diffusa anche in altre isole della Polinesia. Never Mann cerca di darle una spiegazione aggiungendo che gli antichi ritenevano che tutto quel che si trova in terra ha un corrispettivo in un’altra dimensione. Quindi la forza del “mana” è in qualche modo trasmessa all’oggetto. Nei suoi studi, Maziére aggiunge che solo un paio di persone a Rapa Nui erano effettivamente in grado di trasferire il potere dall’originare alla statua. Gli isolani raccontano che, una volta posizionate, le statue potevano mantenere questo potere misterioso grazie al “punkao” (il caratteristico copricapo) e al fatto che gli occhi venivano scolpiti al termine del trasporto, aprendo due cavità orbitali in cui venivano posizionati coralli bianchi mentre l’iride veniva disegnato con una pietra calcarea rossa. Così facendo, le statue sorvegliavano i venti dell’Antartide, trasmettendo il proprio potere ad una enorme pietra vulcanica rossa che costituisce il limite del triangolo delle Isole del Pacifico. La zona dell’Oceano a Sud dell’Isola di Pasqua è uno dei dodici punti della terra in cui si producono perturbazioni elettromagnetiche, che determinano anche l’inspiegabile sparizione di mezzi aerei e navali. Questi incredibili poteri, stando alle nostre attuali conoscenze, sarebbero tuttora in nostro possesso, sebbene latenti. Sappiamo che i cultori delle discipline orientali, lo yoga ad esempio, possiedono qualcosa del genere, acquisito dopo anni di esercizio. Quindi possiamo veramente affermare che la conoscenza dell’antica religione delle forze della Terra si è inesorabilmente persa col tempo.

Robert Graves, un poeta inglese, negli anni quaranta del secolo scorso, pubblicò “La dea bianca” (1948), in cui rendeva noti i suoi studi riguardo la mitologia. Egli, leggendo una raccolta di antiche leggende gallesi, “Marinogion”, vi trovò il poema “La canzone di Taliesin”, rendendosi conto che alcuni dei versi più sconcertanti erano una serie di indovinelli medievali che fornivano la chiave per comprendere un antico sistema di conoscenza celtico. Proseguendo le ricerche in tal direzione, scoprì che tutto il sistema riguardava non solo il Galles ma anche l’antica mitologia greca, fenicia, scandinava, indiana e africana. Il tutto poi, era riconducibile alla Luna.

Vent’anni prima di Graves, era stata l’antropologa Margaret Murray, con il libro “Il dio delle streghe”, a dimostrare che quello che oggi intendiamo per stregoneria era invece da considerare un’antica religione pagana, con una divinità principale che era Diana, la dea della Luna. I sacerdoti della dea la adoravano compiendo delle danze in cui vestivano pelli di animale e in testa portavano corna di cervo. Stando al resoconto della Murray, la Chiesa cristiana osteggiò questo culto, che comunque proseguì in segreto. Da notare che, mitologicamente parlando, il sacerdote con le corna di animale non è altri che lo sciamano o il medico-stregone, assimilabile al diavolo. Quello che in definitiva sosteneva Graves era che le antiche popolazioni della Terra possedevano una qualche conoscenza, che scaturiva dal subconscio ed era simboleggiata con la Luna, si basava essenzialmente sull’intuito e la comunione con la natura. Dopo la pubblicazione degli studi di Graves, nonostante una prima comprensibile onda critica, quanto da lui asserito ha trovato conferma da un crescente numero di scoperte scientifiche. Oggi non sono pochi gli scienziati che, d’accordo con Graves, propugnano per la teoria che Stonehenge ed altri monumenti antichi siano stati edificati come osservatori lunari. D’altronde anche lo studio degli usi e dei costumi delle tribù aborigene conferma l’importanza della dea Luna e il suo stretto legame con tutta la ritualità connessa alla fertilità.

Nel 1960 l’antropologo Charles Mountford studiò il comportamento delle tribù stanziate nei deserti dell’Australia centrale. Da alcune guide riuscì a farsi accompagnare ai loro centri di culto, distanti anche trecento miglia. In questi luoghi gli indigeni effettuavano rituali per aumentare l’energia vitale, per conservare la fertilità di piante e animali nonché per rinnovare le sacre forze della tribù. I centri di culto si trovavano lungo linee rette ed ogni tribù era considerata responsabile del proprio tratto (similmente, secondo una delle tante teorie, qualcosa del genere avvenne anche per le linee di Nazca, in Perù). I riti venivano quindi compiuti per mantenere vivo il potere religioso. Ogni centro di culto era contrassegnato da una roccia sulla quale venivano disegnate immagini del serpente o del drago, animali che simboleggiavano la misteriosa forza della vita. Gli indigeni tengono a precisare che non è l’immagine disegnata a possedere questa forza, bensì la roccia stessa. Gli studiosi dei cosiddetti “sentieri del drago” affermano che le linee di forza magnetica, col passare del tempo, possono spostarsi, modificando il proprio tracciato. Per questo oggi molti dei centri sacri hanno perso il potere originario, quasi come fossero stati ‘svuotati’.

Oggi siamo assuefatti all’idea che la scienza possa fornirci tutte le risposte necessarie. La società stessa ci inculca questo credo, a discapito dei poteri latenti insiti in noi, che potremmo utilizzare per una piena comprensione delle nostre esistenze, semmai fossimo in grado di farli emergere. I nostri antenati, o chi per loro, oltre a costruire incredibili templi per venerare i propri dèi, non mancavano di annettere ai luoghi di culto anche apposite scuole iniziatiche, in cui i sacerdoti potevano insegnare, ai pochi novizi prescelti, i dettami religiosi. Una sorta di scienza sacra, che doveva, necessariamente, rimanere segreta e misteriosa per non alterare la purezza insita nell’originario messaggio divino. Certo, erano ben strani questi avi che, oltre a preparare “segretamente” i giovani verso le professioni classiche per l’epoca (l’imbalsamatore, per citarne una), nel contempo dispensavano altre conoscenze, da ritenersi off limits e certamente misteriose, a una cerchia ancora più ristretta di adepti. Si trattava, senza dubbio, di quelle scienze che ora consideriamo occulte e sono essenzialmente riconducibili ai principi basilari della religione e alla conoscenza delle leggi che governano la natura. Tali “misteriosi” insegnamenti permettevano di dominare gli elementi e trasformavano gli iniziati, donando loro quello che è chiamato il “potere della parola”, ovvero l’antica scienza che le divinità, in tempi remoti, avevano voluto trasmettere solamente ad alcuni prescelti. Tra questi sicuramente Mosè e Apollonio di Tiana. Non v’è dubbio che tra le dottrine di queste scuole ermetiche, così chiamate dal nome del fondatore, Ermete Trismegisto alias Thot (secondo lo studioso Cimmino, Ermete avrebbe vissuto tre differenti vite: in quella antidiluviana inventò l’astronomia, nella seconda la medicina e nell’ultima avrebbe ritrovato memoria delle vite precedenti) ci fosse l’alchimia e l’astrologia, che rappresentano, rispettivamente, l’aspetto antesignano della chimica e dell’astronomia moderne. Ma la conoscenza misterica che faceva la differenza era la magia che scaturiva dal potere della mente. Chi raggiungeva il livello più elevato di iniziazione era in grado di compiere cose straordinarie, tanto da venire ricordato per guarigioni e miracoli.

I nostri antenati erano dell’idea che la mente umana fosse influenzata dalla Luna, un po’ come succede con il fenomeno delle maree. Ma anche gli animali subiscono l’influsso del satellite. Gli studiosi affermano che le fasi della Luna provocano variazioni importanti nel campo elettrico e magnetico della Terra, quindi anche sulla mente umana. Esperimenti condotti sulle piante hanno dimostrato che i loro campi elettrici si modificavano in conseguenza delle stagioni, dell’attività delle macchie solari e delle fasi lunari. L’arte cinese dell’agopuntura, ad esempio, si basa sul presupposto che il nostro corpo sia attraversato da forze elettriche che si muovono sotto la cute, nelle intersezioni di particolari linee. Quindi anche la Terra è attraversata da campi di forza e questo spiega, di conseguenza, l’influsso positivo o negativo di certe località. Per poter utilizzare appieno le forze dei campi magnetici del nostro pianeta occorre, però, farle interagire con il subconscio umano. Così facevano i nostri antenati, a quanto sembra di capire dai pochi indizi che ci hanno tramandato, tra cui, sicuramente, le grandi costruzioni megalitiche e i racconti mitologici. Il nostro scopo ultimo dev’essere riappropriarci di quella capacità andata perduta. Solo allora potremmo veramente comprendere i tanti misteri di questo pianeta ma soprattutto dare un senso alla nostra esistenza.

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