L’enigma di Glozel

Glozel-commission_internationale-2All’inizio del secolo scorso in Francia nella località di Glozel vicino Vichy, si rinvenne una mole impressionante di reperti: ossa incise e scolpite con figure di cervi e cavalli, terrecotte e asce di pietra levigata. La scoperta, fatta casualmente da Emile Frendin, risale al marzo 1924.

In questa località poi chiamata campo dei morti furono trovati anche numerosi segni grafici incisi su tavolette di terracotta: una sorta di alfabeto, insomma. Il primo intervento fu eseguito da un archeologo dilettante, il medico Antonin Morlet: tremila i reperti portati alla luce, ancora oggi conservati al Museo di Glozel.

Morlet ipotizzò che quella cultura fosse nata alla fine dell’ultima era glaciale, all’incirca nell’8000 a.C.; a parte le asserzioni del medico che provocarono in seguito le reazioni scomposte della comunità accademica, inizialmente molti confermarono l’autenticità dei reperti di Glozel: il direttore del Musée de Saint-Germain-en-Laye, Salomon Reinach, che giurò sulla vetustà delle ceramiche e delle iscrizioni; il noto archeologo Henri Edouard Prosper Breuil (conosciuto semplicemente come Abbé Breuil), indiscusso specialista di arte rupestre preistorica che scavò a Glozel nel 1926 e scrisse almeno un paio d’articoli in cui sosteneva che l’autenticità dei reperti era incontestabile (salvo poi cambiare idea per divergenze di vedute con Morlet sull’identificazione di un animale effigiato su una tavoletta); l’epigrafista Auguste Audollent della Faculté des Lettres de Clermont-Ferrand, il geologo paleontologo Charles Jean Julien Depéret, il direttore del Musée Préhistorique de l’Université d’Oslo Anathon Bjorn e il direttore del Musée national de Préhistoire di Eyzies-de-Tayac Denis Peyrony.

Nonostante le evidenze iniziali, quasi tutti cambiarono opinione e le scoperte di Glozel vennero considerate per decenni una frode, con Breuil in prima fila e il compagno di studi Dorothy Garrod a spalleggiarlo nel corso di importanti congressi internazionali. Anche l’antropologo Joseph Louis Capitan, già allievo di Breuil e presidente della Société d’Anthropologie e della Société des Américanistes, fece la sua parte in questa triste vicenda per l’astio che sicuramente nutriva nei confronti di Morlet, al quale aveva chiesto di preparare una relazione sulla scoperta: Morlet rifiutò perché Capitan intendeva pubblicare il documento a suo nome.

Finalmente nel 1972 alcuni reperti (ceramiche e vasi) furono sottoposti all’esame con il nuovo metodo della termoluminescenza in tre laboratori diversi: le datazioni determinarono l’età dei reperti al 700 a.C. e seppur notevolmente differenti rispetto a quelle rilasciate da Morlet, questi risultati attestarono finalmente la bontà di quanto rinvenuto a Glozel.

La relazione fu pubblicata due anni dopo sulla rivista Antiquity, ma anche di fronte all’evidenza storici e archeologi evitarono di pubblicizzare il sito perché unico nel suo genere, privo di resti celtici, galli o romani e quindi controproducente per la ricostruzione storica fino ad allora – e anche oggi – accettata per quella zona della Francia.

Le analisi sulle ossa col metodo del carbonio 14, che fornirono datazioni contrastanti (13.000-15.000 a.C.), non furono accettate dalla comunità scientifica e si tornò a sentenziare che quei resti erano stati introdotti nel sito in epoca posteriore (forse nel Medioevo), soprattutto dopo un breve periodo di scavo effettuato nel 1983; purtuttavia un rapporto completo non venne mai pubblicato. È anche vero che se le prime commissioni d’inchiesta potevano avere interesse a insabbiare risultati destabilizzanti per il mondo accademico, le successive determinarono sulla scorta delle datazioni con la termoluminescenza prima accennate (un analogo risultato si ottenne anche nel 2002), che almeno le ceramiche e i vasi rinvenuti a Glozel erano autentici.

Ulteriori analisi furono effettuate dall’Università dell’Arizona nel 1996 per iniziativa del geologo marino Robert Sam Gerard: un paio d’ossa incise furono datate col metodo del C-14 al XIII secolo d.C.

Negli anni a seguire furono scoperti palesi tentativi di contraffazione tanto da screditare ulteriormente quant’era inizialmente emerso. Oggi nessun archeologo, per timore di compromettere la propria reputazione, è disposto a misurarsi con l’enigma della località francese.

L’unica spiegazione che pare accontentare tutti è che a Glozel ci doveva essere una produzione importante di tavolette che venivano cotte e quindi incise: questo spiegherebbe il rinvenimento di così singolari reperti ma non tutto il resto, a partire delle enigmatiche incisioni.

Per lo scrittore esoterico Louis Charpentier i segni di Glozel sarebbero da attribuire a “…un popolo che diffonde il dolmen in tutto il mondo e che, di norma, fornisce ai suoi apprendisti, nei popoli presso i quali si trova, delle formule tradotte in segni. E quei segni continueranno a essere il linguaggio tecnico di coloro che hanno imparato a costruire secondo certe regole, segni che saranno in grado di attraversare le distanze e i millenni…” (I giganti e il mistero delle origini, 2007).

In uno studio pubblicato nel 1982 il paleografo Hans-Rudolph Hitz suggeriva un’origine celtica o un dialetto gallico per le iscrizioni di Glozel; avrebbe anche tradotto alcune tavolette di Glozel riportanti annotazioni di eventi astronomici, rilevando attorno al sito elementi riconducibili all’archeoastronomia. Prima di Hitz avevano espresso opinioni anche altri ricercatori: l’archeologo Flinders Petrie notò somiglianze con l’iberico, Antonin Morlet con l’alfabeto fenicio, Klara Friedrich e Mary Jamil con la proto-scrittura dell’est europeo della cultura Vinca, sviluppatasi lungo il Danubio tra il VI e il III millennio a.C.

L’enigmatica civiltà del Danubio, la prima che abbia sviluppato un sistema di ideogrammi ancora da decifrare, è stata individuata sulla collina di Vinca, a qualche chilometro da Belgrado. Produceva vasellame, commerciava manufatti, coltivava i campi e allevava bestiame. Tanti gli indizi che permettono agli studiosi di indicare la provenienza di questa gente dall’Asia.

Dal III millennio a.C. i Vinca si diffondono nelle zone limitrofe, portando con sé il culto della Dea Madre, ma da lì a poco questo credo verrà soppiantato da divinità maschili, forse anche per l’arrivo in Europa, mille anni dopo, dei nomadi Glockenbechermenschen, che qualcuno sostiene venissero dalla penisola iberica. Una successiva ondata migratoria dall’Oriente pose fine all’originaria civiltà del Danubio, segnando l’ingresso nell’età del bronzo (1.800 a.C.).

L’ipotesi avanzata da Klara Friedrich e Mary Jamil che le iscrizioni di Glozel abbiano similitudini con quelle della cultura Vinca, apre scenari affascinanti perché il Danubio termina la sua corsa nel Mar Nero e l’Anatolia, con i siti neolitici di cui abbiamo già scritto, non è poi così lontana.

Infatti una recente ricerca del paleogenetista di Magonza Joachim Burger, basata sull’analisi del DNA mitocondriale sequenziato dagli scheletri di individui preistorici, ha dimostrato che l’agricoltura arrivò nell’Europa centrale circa 7.500 anni fa in seguito alla migrazione di gente dalla regione dei Carpazi. Da lì iniziò la rivoluzione neolitica. Burger la spiega così: “…si va sempre più affermando l’idea che una cellula germinativa del processo neolitico si trovasse in Sud Est Europa. Da questi territori si è propagata la cultura neolitica. Possibilmente questo è però solo un anello della catena che porta ancora più lontano, in Anatolia e nel Vicino Oriente dove il Neolitico e la stanzialità hanno avuto origine”.

Alle stesse conclusioni era arrivato Adriano Romualdi già negli anni Settanta del secolo scorso con “Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni”.

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