La civiltà Indo… Sarasvati

Mohenjo-daro_PriesterkönigIn Pakistan, a circa venti chilometri da Larkana nella provincia di Sindh, su una collina un tempo circondata dai due letti ora in secca del fiume Indo (oggi sulla riva destra del corso d’acqua), c’è un sito archeologico che rappresenta un vero e proprio enigma per gli studiosi.

Qui sorgeva nell’antichità un grandioso insediamento urbano che oggi va sotto il nome di Mohenjo-daro.

I primi indizi circa la presenza di antiche città lungo il corso dell’Indo risalgono al 1856 quando John e William Brunton, incaricati di coordinare la costruzione di una rete ferroviaria, vennero a sapere dagli indigeni che nelle immediate vicinanze, ovvero sulle sponde dell’Indo, sorgevano i resti di un’antica città (poi identificata nella mitica Harappa); i nefasti fratelli pensarono bene di utilizzare i mattoni cotti del sito per la realizzazione dell’opera.

Nonostante le molte evidenze, all’inizio del secolo scorso si continuava a negare l’esistenza di una qualche forma di civiltà in India. Un dirigente dell’Archeological Survey, dopo una visita alle rovine di Mohenio-daro, stilò un rapporto in cui affermava che la città abbandonata poteva risalire al massimo al 1700 della nostra era.

Solo a partire dal 1921 l’archeologo Rakhal Das Banerjee fu incaricato, dall’allora direttore dell’Archeological Survey John Marshall, di eseguire degli scavi nella località per riportare alla luce quel che restava di un tempio buddista risalente al 300 a.C.: non immaginava certo di rinvenire sotto quel tempio edifici di ben altra epoca, del tutto simili a quelli ormai distrutti di Harappa.

Da lì iniziarono con metodo le ricerche che permisero nel corso degli anni di rinvenire ben dieci strati differenti della città, uno sull’altro, non potendo escludere la presenza d’altri strati anche sotto il livello dell’acqua. Tra gli altri esploratori della città, in un’epoca in cui l’archeologia moderna muoveva veramente i primi passi, meritano almeno una menzione John Marshall, Ernest J.H. Mackay e Mortimer Wheeler: quest’ultimo nel 1945 trovò in strati del tardo livello trentotto scheletri apparentemente in un contesto di violenza, distesi in maniera scomposta sotto cumuli di macerie e tra cenere e frammenti di vasellame, ma di questi non è mai stata fornita una descrizione esatta.

Lo storico delle religioni Georg Feuerstein criticò le conclusioni raggiunte da Wheeler, cioè un massacro a seguito dell’invasione della città da parte di non meglio precisate tribù delle montagne: “…le circostanze della morte degli abitanti di Mohenjo-daro non sono però affatto chiare, e le registrazioni approssimative degli scavi lasciano incerta la datazione dei vari gruppi di scheletri. Specificamente, gli strati archeologici a cui i resti appartengono non sono noti, cosa che rende insostenibile la teoria del massacro.

Da allora la località è nota sotto il nome di “Collina dei morti” (o “Luogo della morte”: nella lingua sindhi moen significa “morire” mentre daro è “posto”. Eppure non è mai stata rinvenuta una sola tomba). I locali ritengono che il sito sia abitato da spiriti maligni.

Nel 1965 George Franklin Dales dimostrò che ai piedi e sulla frangia della città bassa c’era una stratigrafia di almeno dodici metri che presentava evidenti tracce di civiltà (rovine e costruzioni), di cui otto sommersi dalle alluvioni.

Perché questa gente s’insediò sulle rive dell’Indo rimane un mistero: la zona è infatti soggetta a periodiche disastrose inondazioni (ben più violente di quelle del Nilo) e per almeno tre volte la città fu sommersa. Dagli scavi sono emersi strati di materiale da costruzione frantumato tra la melma provocata dagli allagamenti. Eppure ogni volta si tornava a ricostruire e la fotografia satellitare ha rivelato anche la presenza di canali artificiali per l’irrigazione delle coltivazioni.

A Mohenjo-daro c’è una parte alta (la Cittadella) che fungeva da centro amministrativo e una bassa che accoglieva la popolazione. Le strade potevano avere una larghezza di quattordici metri ed erano orientate con il vento per avere refrigerio dall’afa. Come ad Harappa anche qui si riscontra una dislocazione dell’abitato che pare prendere spunto da un programma urbanistico di oggi. Balza subito all’occhio una regolare pianta a scacchiera suddivisa in dodici isolati rettangolari.

Dalle ricostruzioni finora eseguite, tenendo in considerazione che gli scavi archeologici sono incompleti e interessano solamente un quinto circa dell’intera area, è possibile immaginare questa fiorente città risalente almeno all’inizio del IV millennio a.C. (i primi livelli, che sono inaccessibili a causa delle acque sotterranee, risalgono probabilmente a un periodo anteriore al 3.000 a.C.), con i suoi quarantamila residenti alla metà del III millennio a.C.

All’epoca sorgeva proprio sulle rive dell’Indo poiché il fiume scorreva in un antico letto ormai in secca.

Incredibile l’urbanistica di Mohenjo-daro: questa metropoli, estesa su un’area di circa cento ettari (l’intero sito duecentocinquanta), come già accennato è progettata in base a un ordine e una griglia ben precisi. Gli edifici, a due e anche tre piani, furono costruiti utilizzando mattoni – regolari in dimensioni – cotti in fornace. Pur munite di funzionali pavimenti piastrellati, queste abitazioni sono completamente prive di decorazioni o ornamenti.

Chi ha avuto modo di visitare il sito ne ha tratto di conseguenza una sensazione di vuoto, desolazione e inesplicabilità.

Quel che colpisce tanto per cominciare è “Il Grande Bagno”, un edificio termale con le pareti di mattoni cotti interamente rivestite con strati impermeabili di bitume, di forma rettangolare con dodici metri in lunghezza, sette in larghezza e più di due in profondità, con a fianco funzionali spogliatoi. È il cosiddetto ipocaustro che nelle terme antiche consisteva in un locale sotterraneo nel quale un forno faceva giungere calore alla corrispondente camera superiore adibita a bagno.

Secondo Gaston Courtillier il Bagno Grande potrebbe essere “…una vasca di purificazione per i fedeli, se si fa riferimento a quella tradizione comune nel sub continente indiano dove si associa ai templi una falda d’acqua sacra… si vede dunque il prototipo o l’antenato delle vasche rituali annesse ai templi indù dell’India meridionale e contemporanea.” (“Alla scoperta dei grandi tesori archeologici”, 1975).

I palazzi dell’altezza di tre metri erano tutti dotati d’acqua corrente, servizi igienici con scarichi inclinati e impermeabilizzati con intonaco di gesso, canalizzazioni in pietra – costruite sotto le vie pubbliche e rigorosamente separate – sia per i rifiuti sia per l’acqua piovana. C’era anche l’illuminazione pubblica: le lanterne (una di queste è tuttora conservata in un museo pakistano) erano collocate in apposite nicchie ricavate nei muri. Insomma, qualcosa da far invidia addirittura alle nostre abitazioni del XX secolo.

Eppure, da quel che risulta, a differenza di tanti altri insediamenti dell’antichità qui non c’erano né templi né palazzi reali, anche se le costruzioni, circa trecentocinquanta quelle localizzate finora, erano senz’altro signorili. Sorprendentemente mancano anche possibili luoghi di sepoltura. Sono state scoperte, oltre ai forni per la lavorazione delle ceramiche, anche vasche per tintura e officine per la lavorazione dei metalli.

Come per altri popoli dell’antichità, anche in questo caso pare evidente la mancanza di necessari passaggi intermedi che contraddistinguono da sempre l’evoluzione e il progresso: dai semplici villaggi d’allevatori, pescatori o cacciatori, si passa in automatico ai sofisticati agglomerati urbani di gente dedita al commercio, all’artigianato e soprattutto alla lavorazione certosina della ceramica.

La pensava così anche l’archeologo Mortimer Wheeler: “La civilizzazione dell’Indo sembra nascere già adulta… è chiaro che ci troviamo di fronte a una società la quale sapeva quasi dall’inizio dove voleva arrivare e come voleva qualificarsi.” Ancor più enigmatico, come ci riferisce Alan Randsburg, aver rinvenuto “negli strati più profondi un’arte più raffinata di quella degli strati superiori: come se perfino i resti più antichi provenissero da una società sconosciuta ma già vecchia di centinaia e forse migliaia d’anni.” (“Alla ricerca di civiltà perdute”, 1977).

La civiltà di cui parliamo è simile e contemporanea a quelle che si svilupparono, sempre in corrispondenza di un corso d’acqua, in Mesopotamia e in Egitto. A differenza di queste, quella della valle dell’Indo, almeno dalle risultanze finora acquisite, sembra priva di un centro di potere (compreso quello sacerdotale), di un esercito e di mura difensive. Le mura, quanto presenti nelle città della civiltà Harappa, così come pure le cittadelle edificate in posizione sopraelevata, avevano infatti lo scopo di preservare la popolazione dalle possibili alluvioni fluviali.

Per un’antica civiltà, la mancanza di queste basilari caratteristiche è inusuale, quasi fuori d’ogni possibile contesto, almeno per quanto c’insegna la storia finora ricostruita. Nonostante le vicende bellicose raccontate dai Veda, non sono state rinvenute prove archeologiche che possano far pensare a qualche conflitto. Per l’archeologo e antropologo Jonathan Mark Kenoyer “…l’integrazione della valle dell’Indo non sembrerebbe raggiunta con la coercizione militare.

Questa gente conosceva la scrittura: migliaia i sigilli e le stampe a forma quadrata (rinvenuti anche in Persia, Mesopotamia e alle Maldive, a conferma di una rete commerciale molto estesa per l’epoca), raffiguranti oggetti o animali, trovati in quasi tutte le città della valle.

Purtroppo i pochi segni pittografici trascritti su questi sigilli, come pure sul vasellame, sfuggono a ogni interpretazione e non sono stati ancora tradotti. Pur essendo quattrocento i segni individuati si ritiene che alcuni siano derivati da una base di non più di duecento pittogrammi. Sui reperti sono stati rinvenuti in genere non più di quattro o cinque segni e l’iscrizione più lunga ne ha appena ventisei, troppo poco per permetterne la decifrazione.

È stata avanzata comunque l’ipotesi che tali segni avessero solamente una funzione identificativa a uso commerciale, da mettere sulle capsule d’argilla di contenitori o da appendere al collo. Pur tuttavia lo studioso ungherese De Hevesy e l’archeologo Pierre Honoré hanno evidenziato, suscitando chiaramente scalpore, che i pittogrammi presentano una straordinaria somiglianza con quelli della scrittura Rongorongo (anch’essa mai decifrata) di Rapa Nui, cioè l’Isola di Pasqua distante ventimila chilometri. Pare impossibile parlare di coincidenze, d’altronde è sufficiente tenere sott’occhio una cartina per verificare le rispettive posizioni geografiche d’interesse.

Notevoli le loro cognizioni matematiche. Questa gente usava un sistema decimale di pesi e misure decisamente avanzato.

Per quel che concerne le credenze religiose, sono state rinvenute figurine di terracotta che rappresentano uomini nudi e con la barba nonché donne dalle grandi forme, che spesso tengono in braccio o allattano un bambino: in quest’ultimo caso si può ragionevolmente pensare al culto della Dea Madre, sviluppatosi in quasi tutte le civiltà stanziate nel bacino del Mediterraneo. Impressionante anche la cosiddetta “dea in minigonna” rinvenuta tra queste rovine: è una statuetta di terracotta, i cui tratti del viso non sembrano davvero attraenti; si presenta in minigonna, con una collana e una cintura ugualmente dei giorni nostri, mentre il copricapo che indossa sfugge a ogni classificazione.

Pare che l’attività principale degli abitanti, oltre a quelle classiche sempre e immancabilmente riportate dalla maggior parte delle pubblicazioni in commercio, sia stata quella della produzione di ceramiche, come dimostrano i numerosi resti di quelle che dovevano essere delle fornaci.

Secondo un’opinione diffusa almeno due di queste fornaci esplosero poiché la temperatura raggiunse un picco non consentito dalla struttura delle camere di combustione; da qui la distruzione della città e questa rimane tuttora l’ipotesi più accreditata con cui gli studiosi spiegano la repentina fine dell’insediamento urbano e industriale, suffragata dal rinvenimento di blocchi quasi completamente fusi e dall’argilla vetrificata.

Per i geologi invece la fine di Mohenjo-daro si verificò nel 1.900 a.C. per scivolamento tettonico ed eruzioni vulcaniche che modificarono il corso dei fiumi. Effettivamente la città dal 2000 a.C. circa risulta completamente abbandonata, la stessa sorte toccata agli altri insediamenti sorti sul bacino dell’Indo.

Nonostante la catastrofe questa gente seppe rinascere qualche centinaio d’anni dopo convergendo sulle rive del Gange.

I pochi scheletri (di cui abbiamo già fatto cenno, oggi scomparsi ma comunque debitamente fotografati all’epoca) sono stati rinvenuti in una particolare area della città e appartenevano a uomini donne e bambini intenti anche nelle occupazioni quotidiane: scomposti – a terra – con gli arti contorti, presentano segni di carbonizzazione e alcuni pure di calcinazione, il che permette di stabilire una morte violenta e improvvisa.

La calcinazione si può definire un processo chimico mediante il quale, grazie al riscaldamento a temperature elevate, le sostanze solide vengono private dell’acqua di combinazione, con contestuale eliminazione anche delle parti volatili. Oggi, per portare un esempio, sono solitamente le pelli a essere sottoposte a calcinatura.

Considerando l’esiguità degli scheletri ritrovati rispetto a quella che doveva essere la popolazione residente, si può ipotizzare che le migliaia di persone che abitavano Mohenjo-daro abbiano abbandonato precipitosamente la città prima che questa rimanesse completamente distrutta.

C’è chi ha sostenuto che questi scheletri fossero incredibilmente radioattivi, presentando a distanza di migliaia d’anni livelli considerevoli di Uranio, Potassio 40 e Plutonio.

Lo storico russo Alexander Alfredovich Gabrovski in Riddles of Ancient History del 1966 riferisce del rinvenimento, in un altro sito archeologico dell’India, di uno scheletro che presentava un livello di radioattività fino a cinquanta volte in più rispetto al normale. Era da escludere una radiazione naturale di tale portata nella zona in cui furono rinvenuti quei reperti, poiché questo precluderebbe ogni forma d’esistenza.

Tutto si era originato dalla pubblicazione di un libro, negli anni Settanta del secolo scorso, in cui lo studioso William David Davenport e il giornalista Ettore Vincenti, per niente convinti dall’ipotesi dell’esplosione delle fornaci, avevano dato conto delle loro ricerche nell’antica città.

Dopo aver raccolto alcuni detriti dalla zona considerata l’epicentro del disastro, li fecero esaminare dal personale dell’Istituto di Mineralogia dell’Università di Roma e i risultati furono strabilianti: l’argilla era stata esposta per qualche frazione di secondo a una temperatura superiore ai 1500 gradi, tanto da far iniziare un processo di fusione poi bruscamente interrotto. Tale stato di cose escludeva evidentemente il semplice calore prodotto da un forno; fra l’altro nemmeno altre ipotesi, per esempio l’eruzione di un vulcano (il più vicino è a duecento chilometri) o un improvviso terremoto, possono spiegare un simile effetto sul materiale rinvenuto.

Alcuni vulcanologi (il professor Bruno Di Sabatino, il collega Amleto Flamini e il dottor Giampaolo Ciriaco) considerando anche che a Mohenjo-daro sono tuttora presenti dei pozzi d’acqua, confermarono il riscontro ottenuto dalle analisi effettuate sui campioni. D’altronde sulle strade di Mohenjo-daro i reperti che si rinvengono sono degli ammassi vetrificati, che almeno prima di essere completamente fusi altro non erano che… vasi d’argilla.

Il ricercatore Fabio Marino, in un articolo pubblicato sulla rivista digitale Tracce d’eternità (n. 16 dicembre 2011), a proposito di questi scheletri particolarmente radioattivi ci ricorda che “…gli autori del libro non parlano mai di livelli eccessivi di radiazioni, né sugli scheletri, né nella zona… la disposizione disordinata e disarticolata [degli scheletri]… si concilia alla perfezione con fenomeni atmosferici di quel genere [inondazioni]; …gli scheletri rinvenuti sono soltanto una cinquantina: molti meno di quanti ce ne dovrebbero essere… mancano del tutto le “ombre”, perfettamente visibili sui muri di Hiroshima. Infine, c’è la questione della radioattività, che però è stata abbondantemente e esaurientemente spiegata: tutta la zona, l’intera regione possiede livelli elevati di radioattività, in quanto è stata sede, fino a tempi recenti, di esperimenti nucleari da parte del Pakistan… Archiviata quindi la questione degli scheletri nella sua globalità (disposizione e radioattività), resta da verificare l’asserzione relativa alla temperatura di fusione… temperature ‘al di sopra dei 1.500 °C’ non sono poi così difficili da raggiungere, tenuto conto che con il solo legno si può arrivare a 1.200 °C. Un’ultima considerazione… La civiltà della valle dell’Indo prosperò in piena Età del Bronzo, quindi in epoca pienamente storica. Probabilmente i testi sacri Indù (per quanto redatti nella forma attuale fra il X e l’VIII secolo a.C.) hanno un’origine assai più antica. Possibile che un evento così straordinario, compiuto con armi straordinarie, non venga narrato da nessun’altra parte?

Davenport era un esperto di sanscrito e dopo una personale interpretazione del Ramayana, uno dei due libri sacri indiani (l’altro è il Mahabharata), sostenne per il sito archeologico di Mohenjo-daro l’identificazione con l’antica città di Lanka di cui parla questo testo in lingua sanscrita.

Altri studiosi ritengono invece, in aperta contrapposizione, che Lanka sia una località da collocare nell’odierna isola dello Sri Lanka. Una simile ipotesi apre scenari da fantascienza poiché si racconta che Lanka, il cui significato è “isola”, guarda caso proprio la precisa collocazione di Mohenjo-daro (un’isola tra i due rami dell’Indo) fu distrutta da un’esplosione durante un conflitto tra le divinità Jawata e Dasagriva, quest’ultimo signore di Lanka.

Stando così i fatti, con le debite precauzioni e con i necessari distinguo, le vicende di Mohenjo-daro ci ricordano da vicino quelle di Sodoma e Gomorra, le cui nefaste vicende sono raccontate anche nella Bibbia.

Recentemente una spedizione italiana si è recata a Mohjenio-daro per realizzare un documentario televisivo. Tra i componenti anche l’amico ricercatore Enrico Baccarini che, in un articolo del giornalista Flavio Vanetti del Corriere della Sera pubblicato on line, riferisce di aver “…esplorato varie aree che fin da subito sono risultate totalmente cosparse da vasellame e mattoni fusi o vetrificati, come se fossero state realmente esposte ad una fonte di calore molto elevata… l’estensione di questi detriti e il mistero sulla loro formazione sembravano realmente suggerire che un evento inspiegabile avesse colpito la città 4000 anni fa.” Baccarini ha quindi effettuato diverse analisi: “…prima tra tutte un campionamento ambientale della radioattività. I rilievi effettuati in diversi settori di Mohenjo-daro hanno fornito però risultati totalmente negativi, nessuna traccia di radioattività è presente nel sito.

È pur vero che tracce di una possibile onda di calore sono state rilevate e secondo il ricercatore italiano la mancanza di radioattività potrebbe dipendere dall’uso di un ordigno diverso: “…gli antichi testi indiani descrivono armi i cui effetti ricordano molto da vicino quelli di un’esplosione atomica, ma è altrettanto vero che in questi stessi testi si parla specificatamente di armi ad ‘energia’, definite tejas astras, utilizzate dagli ‘dei durante le loro battaglie’… la descrizione dell’Agneya Astra presente negli antichi testi sacri dell’induismo sembra ricalcare fedelmente gli effetti descritti da Davenport, un’arma in grado cioè di sviluppare un calore estremamente elevato tale da riuscire a fondere le rocce.

Mohenjo-daro, assieme alla città di Harappa, 560 chilometri a nord, rappresentava l’apice della civiltà della valle dell’Indo, che contava almeno altri settanta agglomerati urbani, sviluppatasi a partire dal 9.000 a.C. con i primi insediamenti di una certa consistenza generalmente attestati attorno al 3.000 a.C.

Oggi sembra più corretto identificarla come la civiltà Indo-Sarasvati perché oltre all’Indo è stato accertato, con la fotografia satellitare, che scorreva anche quest’altro corso d’acqua, ormai in secca da quattromila anni, sulle cui sponde presero vita numerosi agglomerati urbani assimilabili in tutto o in parte alla cultura espressa da Mohenjo-daro e Harappa.

Non dobbiamo dimenticare che lo stato attuale degli scavi archeologici (l’ultimo risale al 1965) e le poco plausibili interpretazioni che gli storici ne hanno finora tratto, non consentono di giungere a una visione d’assieme di questa cultura; tutto ciò che è stato scritto su questa civiltà nel XX secolo è completamente fuorviante. A partire dal Sarasvati, un tempo considerato leggendario poiché menzionato nei più antichi testi vedici mai presi seriamente in considerazione dagli studiosi, per finire con la scoperta nel 1974 di Mehrgarh, un sito neolitico pakistano in Belucistan (sulla strada che conduce in Afghanistan), per merito dell’archeologo Jean-Francois Jarrige: infatti da qui ebbe origine la civiltà dell’Indo-Sarasvati.

Lo studio di Mehrgarh, le cui rovine sono quasi tutte sepolte sotto depositi alluvionali, ha evidenziato che la vita comunitaria di circa venticinquemila persone prosperò senza interruzioni dal 7.000 al 2.600 a.C. Pare proprio un’altra Catal Hoyuk (anche se Mahrgarh è cinque volte più grande) con le sue case di mattoni di fango essiccato, con la gente dedita all’agricoltura e all’allevamento, che sapeva lavorare i metalli ed eseguire perforazioni dentarie Su un totale di circa quattromila denti appartenenti a trecento sepolture, ne sono emersi undici di adulti con segni di perforazione superficiale sulle corone dei denti posteriori, probabilmente a scopo terapeutico o palliativo per la presenza di carie.

Nelle molte sepolture portate alla luce, a parte la presenza di ocra rossa sui defunti, sono state rinvenute anche conchiglie e lapislazzuli provenienti da Afghanistan, India e Arabia, segno di una rete commerciale ben sviluppata su cui poggiava buona parte dell’economia, che pare continuare senza soluzione di sorta nei millenni successivi: per esempio i sigilli della cultura Harappa con il particolare motivo dell’unicorno, che ricompaiono in Mesopotamia per simboleggiare il dio babilonese Marduk, quando la città della valle dell’Indo era già tramontata da tempo. E poi ancora statuette di terracotta immolanti una figura femminile seduta, con elaborate acconciature, che doveva essere la Dea Madre.

Dal 2.600 a.C. la città fu progressivamente abbandonata e la gente si trasferì sulle rive dell’Indo per ricominciare tutto di nuovo. Non c’è dubbio che gli scavi del sito di Mehrgarh, al pari di Catal Hoyuk, stanno già cambiando radicalmente la storia.

In attesa di saperne di più del recente ritrovamento vicino a Rohtak di un sepolcreto del 2.600 a.C., dove sono stati trovati settanta scheletri della civiltà Harappa, per ora ci accontenteremo della scoperta nel 1947 di una grande quantità di tombe megalitiche sull’altopiano del Deccan: circa la razza a cui appartenevano gli scheletri l’archeologo Ernest J.H. Mackay dichiarò che “…[due studiosi] hanno riconosciuto tra essi quattro razze diverse: protoaustraloide, mediterranea, mongola e alpina, le due ultime rappresentate ciascuna da un cranio. I tipi protoaustraloide e mediterraneo che costituiscono la maggior parte dei teschi, devono essere appartenuti a un popolo dolicocefalo con il cervello di notevoli dimensioni; assomigliano, sotto molti aspetti, a crani rinvenuti a Kish…” (Giuseppe Aprile, “I Veda”, 1979).

L’australoide è un ramo orientale della razza degli indigeni d’Australia, caratterizzata da statura oltre la media, pelle scura, capelli lungi (ma con riccioli corti nei primati dell’India), bocca larga, fronte declive e naso infossato e prominente. Insomma, le somiglianze con il Neandertal sono evidenti, come pure con i caratteri del tipo negroide presenti sia a Daccan sia in Nuova Guinea e Melanesia.

Il primo cranio dolicocefalico protoaustraloide fu trovato nel 1891 sull’isola di Giava in Indonesia. I resti di quello che poi sarà chiamato Homo erectus, scoperti dall’antropologo Eugene Dubois, sono quelli di una razza estinta connessa con i Vedda, aborigeni dello Sri Lanka e discendenti della comunità neolitica vissuta in quel posto nel 16.000 a.C. Un secondo esemplare fu rinvenuto nei pressi di Giava dal paleontologo von Koenigswald nel 1936.

Con la scoperta in Kenya dell’ominide più antico, l’uomo di Giava ha perso il primato ma è diventato un tratto d’unione tra l’uomo moderno e quell’antenato comune che condividiamo con le scimmie, anche se c’è chi sostiene che questo passo intermedio nella nostra evoluzione sia da attribuire a Homo ergaster.

La presenza nella civiltà Indo-Sarasvati di un nutrito gruppo d’individui con crani dolicocefali come a Catal Huyuk, può indicarci la strada da seguire per trovare i numerosi segni che un’antica razza estinta ha lasciato un po’ dappertutto su questo nostro pianeta.

Scoprire che i sigilli indiani più antichi provengono dall’Anatolia, dal sito del tardo Neolitico di Hacilar (5.500-5.000 a.C.), e recano impressa soprattutto l’immagine del toro o di una donna con il seno in evidenza nell’atto di accoppiarsi con un toro, consentirà di trovare queste tracce laddove era venerata la Dea Madre e il suo Toro celeste. Vale la pena tentare.

Credit immagine

Questa voce è stata pubblicata in Anatolia, Archeologia, Dea Madre, Indo-Sarasvati, Neolitico. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...