Anatolia, 10.000 anni fa

Asikli_Hoyuk_sarah_c_murray_6173Asikli Hoyuk, a circa trenta chilometri da Aksaray, è un sito archeologico al centro della Cappadocia; poco conosciuto, non pare destare particolare interesse e non è nemmeno inserito come meta preminente dagli operatori turistici.

Eppure, in pieno Neolitico (attorno all’8000 a.C.), fu scelto per crearvi un importante insediamento di qualche migliaio di residenti, immerso com’era in un paesaggio vulcanico dominato da quelle che un tempo erano valli fluviali, poi trasformatesi in depositi di tufo: una zona fertile e ricca di ossidiana, due buone ragioni per convincere i nostri antenati a fermarsi, cambiando radicalmente le precedenti abitudini.

Il sito, tuttora oggetto di studio, fu individuato nel 1964 dall’archeologo Ian A. Todd, che rinvenne in strati superficiali migliaia di artefatti realizzati con l’ossidiana, segno della presenza di una notevole industria, il cui prodotto era destinato per lo più al commercio in un ambito che deve considerarsi assai vasto, abbracciando tutto il Vicino Oriente.

I primi accertamenti con la tecnica del C-14, eseguiti all’epoca su almeno cinque manufatti, produssero datazioni oscillanti tra 7000 e 6.600 a.C. Gli scavi sistematici iniziarono solamente sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso sotto la guida di Ufuk Esin, in considerazione dell’urgenza di procedere alla mappatura completa dell’insediamento, poiché era imminente la realizzazione di una diga sul lago Mamasin, le cui acque avrebbero sommerso parzialmente il sito (sorte già toccata all’insediamento di Nevali Cori).

Da allora le campagne di scavo si sono susseguite quasi senza sosta, anche se oggi non sussiste più alcun pericolo di sommersione, come confermato recentemente dall’archeologo Gunes Duru, con il quale ci siamo brevemente intrattenuti proprio ad Asikli Hoyuk; grazie a una conoscenza locale, abbiamo potuto infatti accedere direttamente all’interno del sito, documentando gli scavi più recenti. L’archeologo ci ha spiegato che molte delle abitazioni già scavate sono ora protette con coperture per evitare possibili deterioramenti provocati soprattutto dalle piogge. La parte più interessante che si sta scavando è senz’altro quella in fondo allo scavo stratigrafico dell’insediamento, dov’è stata rinvenuta anche una formazione rotondeggiante con all’interno alcune buche: potrebbe essere stato un pozzo per la raccolta dell’acqua piovana.

Le ultime datazioni con il C-14, eseguite stavolta sulle ceramiche rinvenute in tre differenti strati di occupazione, hanno prodotto il risultato di 8200-7400 a.C., facendo di Asikli Hoyuk uno dei primi siti neolitici dell’altopiano dell’Anatolia.

Non c’è dubbio che questa località, fin dal Paleolitico, fosse meta dei cacciatori/raccoglitori che vagavano nei dintorni, nel primo tentativo di stanziamento sedentario.

Le abitazioni in mattoni crudi finora rinvenute sono quattrocento, allineate e adiacenti, tanto da suggerire una convivenza sociale senza i classici requisiti legati alla proprietà privata. La presenza di pochi edifici ben più grandi rispetto alla media, possono intendersi come luoghi di aggregazione di una parte della comunità. Poiché gli edifici sono privi di aperture sulle pareti, similmente alle abitazioni di Catal Hoyuk (ma anche a quelle degli indiani Anasazi), si ritiene che l’ingresso avvenisse dal tetto piano mediante scale di legno removibili.

Un’area dedicata, a ridosso del sito, presenta ricostruzioni attendibili di queste abitazioni, realizzate con materiale e tecnica dell’epoca. All’interno delle camere ‘multifunzione’, ampie mediamente sui venti mq., sono state individuate una settantina di sepolture, quasi tutte corredate da offerte funebri di collane e braccialetti. Infatti i defunti erano seppelliti in posizione fetale all’interno di fosse create sotto il pavimento degli edifici stessi.

Dall’analisi dei resti scheletrici sappiamo che la vita media dell’uomo era attorno ai cinquantacinque anni, mentre quella della donna non andava oltre i venticinque: le evidenti deformità riscontrate sulle articolazioni suggeriscono che il gentil sesso fosse impiegato anche in lavori solitamente svolti dai maschi, come il trasporto di carichi particolarmente pesanti. Il campione ci permette inoltre di attestare al 50% la mortalità infantile; un’analoga percentuale è riservata agli scheletri che presentano evidenti segni di bruciature, a conferma che sovente, dopo il decesso, i corpi erano inceneriti in forni predisposti allo scopo (forse all’interno di santuari o templi destinati alle pratiche religiose), come d’altronde già accertato negli scavi di Cayoyu e Nevali Cori, con il rinvenimento di analoghi focolari.

Poiché ad Asikli Hoyuk non è stato ancora rinvenuto quello che potremmo definire un cimitero, per il momento si scorge la possibilità che la sproporzione tra le sepolture e il numero di abitazioni sia riconducibile a un culto funebre riservato a una ristretta classe di dignitari. Stupisce semmai la completa mancanza di manufatti che possano richiamare precisi simbolismi legati a pratiche religiose, come ad esempio quelle della Dea Madre o del Toro Celeste, attestate a Catal Hoyuk, Gobekli Tepe e altri siti similari presenti in Turchia, ma anche nella vasta area di riferimento, cioè il bacino del Mediterraneo.

Una ventina di anni fa si rinvenne nel sito una collana con dieci perle di agata magistralmente perforate per quasi dieci millimetri, databile ad almeno il 7000 a.C. La scoperta induce a considerare che gli ‘artigiani’ di Asikli Hoyuk avessero raggiunto un livello sorprendente di tecnologia nella lavorazione di questi manufatti, tenendo in considerazione che l’agata è una varietà di quarzo che, per la particolare durezza, si può forare ancor oggi solo con l’utilizzo di un trapano munito di punta conica diamantata. Una semplice punta d’acciaio non riuscirebbe nemmeno a scalfire l’agata, anzi la scheggerebbe.

Una simile tecnologia, addirittura risalente a novemila anni fa, non può essere assolutamente conciliabile con le conoscenze che oggi pensiamo di avere del nostro passato. Senza dimenticare che una tecnica del genere avrebbe richiesto uno sviluppo lento e graduale di almeno qualche centinaio d’anni.

Nel frattempo, a questa magnifica collana si è aggiunto un altro stupefacente manufatto: un braccialetto d’ossidiana, rinvenuto nel 1995 e databile allo stesso periodo della collana, che oltre a presentarsi in forma quasi regolare, denota un’incredibile simmetria della cresta anulare centrale e una superficie, simile a uno specchio, accuratamente pulita e rifinita.

Realizzare questo bracciale, ora esposto al Museo Archeologico di Aksaray, richiederebbe oggi una tecnica complessa di lucidatura, ottenibile solamente con l’uso di lenti telescopiche. Lo sostengono i ricercatori dell’Institut Français d’Etudes Anatoliennes di Istanbul e del Laboratoire de Tribologie et de Dynamiques des Systèmes di Saint-Etienne, (lo studio è stato pubblicato dal Journal of Archaeological Science nel dicembre 2011), che hanno analizzato il reperto con il metodo della tribologica multiscala, tecnica già sviluppata per l’industria automobilistica (per determinare le proprietà meccaniche della carrozzeria) e ora adattata all’archeologia.

Un ultimo (per ora) indizio da non sottovalutare, che in questo contesto non ci pare per niente fuori posto, è fornito dal rinvenimento, sempre ad Asikli Hoyuk, dello scheletro di una giovane donna che presenta tracce della prima trapanazione al cervello finora conosciuta: anche questo reperto è custodito al Museo Archeologico di Aksaray (si veda l’articolo dedicato)

Curioso che vicino a Ikiztepe siano stati rinvenuti settecento scheletri, una decina dei quali con fori rettangolari nel cranio riconducibili all’uso di lame d’ossidiana. L’analisi delle ossa ha rilevato, come nel caso della donna di Asikli Hoyuk, che i pazienti sottoposti a questi interventi chirurgici rimasero in vita anche per tre anni.

Tutto fa pensare che a Ikiztepe ci fosse un centro sanitario specializzato in questa forma di interventi per alleggerire la pressione dopo un’emorragia, curare forme tumorali e generiche ferite alla testa.

Questi nostri antenati continuano a inviarci messaggi, neanche tanto cifrati, che non sappiamo (o non vogliamo) accettare. Forse perché non si tratta solo di stravolgere completamente le cronologie finora accettate: bisognerebbe ammettere l’esistenza di una civiltà, tra Paleolitico e Neolitico, talmente evoluta da assomigliare dannatamente alla nostra.

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